da giovanni, pizzeria romana. le tovaglie sono di carta, le brocche del vino sbeccate e quando ti siedi ti sembra, in tutto e per tutto, di stare nella cucina di casa tua. all'ora di pranzo da giovanni ci vanno gli impiegati che lavorano in zona, a cena invece la gente del quartiere, che entra senza giacca e si mette a sedere senza domandare dove. che vi porto? chiede il cameriere con un accento che non riesco a decifrare. segue l'elenco dei primi piatti. se mostri indecisione, con lo stesso tono monocorde ti viene recitato il rosario dei secondi e dei contorni. per dessert consiglio la crostata. una poesia di marmellata di amarene e albicocche. il cameriere sorride quando, insieme alla crostata, porta al tavolo due forchette anche se la porzione ordinata è una sola. da giovanni si parla bene, indisturbati, col televisore sintonizzato sui telegiornali o su qualche programma scemo, ma tenuto ad un volume discreto, quanto basta per mimetizzarsi ai discorsi della gente seduta ai tavoli. giovanni è lui, quello con gli occhiali spessi e la dentiera non proprio salda al palato. a una cert'ora si addormenta su una sedia, in mezzo al locale, tra la gente che mangia e che non bada a lui, alla sua testa che ciondola, alle mani sulla pancia foderata dal grembiule bianco inspiegabilmente immacolato. mentre giovanni dormiva, ti ho chiesto di raccontarmi una storia che già conosco, ma che mi fa sempre ridere. dopo qualche insistenza l'hai fatto, a bassa voce. le ginocchia si toccavano sotto al tavolo, gli occhi vedevano solo gli occhi e il mezzo litro di vino, col fondo dei bicchieri, aveva disegnato dei bei cerchi rossi sulla tovaglia. io gioco con le briciole della crostata che ho mangiato da sola. tu versi nei bicchieri il vino rimasto, in due metà precise. io ti lascio andare. guarda, si fa così. fai lo stesso anche tu. il motivo è uno solo, non tanti come credevo. il resto non conta, il resto verrebbe dopo. il motivo è che comincia a farmi male, a farmi diventare quella che non voglio essere, questa cosa che non abbiamo più il coraggio o l'innocenza per chiamare amore e trattare come tale.

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