dentro un autobus bloccato nel traffico. niente da leggere, fuori dal finestrino solo automobili e traffico traffico traffico. in ritardo, ma tanto in ritardo per via del traffico appunto, ma anche del fatto che ho dormito quasi un'ora in più rispetto a quanto dovevo. ora sconto quel sonno rubato, perchè la giornata non mi asseconda facendo slittare magicamente in avanti di un'ora gli orari da rispettare, no. sono io a dover correre. recuperare. e il traffico traffico traffico non si scioglie, non si spiega, non. scambio due parole con una signora. diciamo il traffico eh sì il traffico e la gente eh sì la gente e però c'è il sole eh che bel sole sì. poi provo ad arrendermi, al traffico, al ritardo e alla musica che nel frattempo mi scorre dalle cuffiette in testa e da lì giù fino alle dita dei piedi. insomma mi dimentico dov'è che sto andando e per fare cosa, allungo le gambe e ascolto. per distrarmi entro in un trip dei miei: cercare di scomporre la musica nei vari strumenti che la compongono. il basso, il basso, il basso. eccolo. il sax, la tromba, il piano e così via. districare l'intreccio di note, tirarne fuori un filo e seguirlo, farsi portare. poi arrivano i police, una raccolta, er mejo der mejo, caricata per causa di forza maggiore sul lettore. è una vita che non li ascolto i police. sting mi sta pure un pò antipatico. però ok. message in a bottle, andiamo sul classico. uno due tre e via, mi concentro e cerco di isolare la batteria da tutto il resto fino a sentire solo il suo discorso. meraviglia.
"Nel creolo giamaicano, la prima persona singolare è espressa col pronome me. Nel plurale la parola we "noi", viene sostituita con I and I, e nel riflessivo I self e I'n'I self"
il bisogno di sentirsi dire mi manchi. ci pensavo poco fa tornando a casa. la strada era deserta e camminando passavo accanto alle inferriate dei cortili dalle quali straripano i gelsomini in fiore. sono nuvole bianche che attirano lo sguardo e mi svegliano i sensi. il loro profumo poi, di notte si scioglie e si diffonde mischiandosi all'aria tiepida. annusavo l'aria e ho desiderato di mancarti, ancora, sempre. essere nelle cose che vorresti vedessi anch'io e delle quali dicevi di volermi sentir parlare. camminando mi è tornato in mente il racconto di calvino, nel titolo. in questi tempi di telefonate facili e perlopiù inutili, dovrebbero leggerlo tutti quel racconto lì. ti fa capire che per l'altro si esiste in maniera più forte, irresistibile, nell'istante prima di quando si è veramente, di quando si compare fisicamente o con la propria voce, pronunciando un -pronto- appunto. e non mi riferisco alle aspettative romantiche, al desiderio che possono maturare in noi durante e attraverso quell'attesa, non c'entrano. parlo dello stato in cui ci si trova quando, ad esempio, ci si dà appuntamento, si sta lì nel luogo X e pur non essendo ancora insieme ci si possiede veramente. devo spiegarmi meglio? l'ha fatto calvino, a modo suo. pensavo pure a quel racconto in cui il protagonista le parole mi manchi se le vede recapitare attraverso una brevissima lettera ricevuta da una donna lontana. mi manchi. che non vuol dire ritorna, non vuol dire eccomi. non è un invito implicito o un pò vigliacco a fare qualcosa, a smetterla, di mancare. a volte significa semplicemente ammettere l'inconfutabile: non ci sei. non sei qui e questa assenza è fatta di te, ha la tua forma, esiste al posto tuo. a volte si desidera anche questo, una conferma di continuare ad essere presenti in questo modo ambiguo, perfino un pò scomodo e per assurdo ingombrante, comunque difficile da spiegare perfino a sè stessi. verrebbe da pensare che è ben poca cosa, un contentino patetico forse, ma invece è diverso dal non esistere, dal trovarsi a un passo dall'essere dimenticati. in una vita in cui le persone e le cose devono ribadirci continuamente la loro presenza, in questo continuo pensare e parlarsi attraverso pronomi, dimenticando di pronunciare i nomi, o le parole io e te, ci sono angoli di penombra dove c'è qualcuno che non c'è. un posto dove ogni tanto ci si incontra e si riprendono discorsi e baci, dal punto esatto in cui si erano lasciati in sospeso l'ultima volta. mi vergogno tanto ad ammetterlo a me stessa, figuriamoci a scriverlo, ma io ogni tanto controllo che la tua mancanza ci sia ancora. sei un luogo bello dentro di me, cresci con me, mi tieni libero uno spazio d'anima dove posso portare cose, o andare a riposare. non lo so spiegare meglio. mi manchi, tanto, proprio come se fossi qui.


cucinavo con la finestra aperta e intanto pensavo pensieri leggeri, di te. ogni tanto mi tornano in mente delle cose e sorrido da sola. questo mi fai. questo ancora sei tu per me. mi sento stupida, mica no, ma va bene così. ho la certezza matematica che la stesso succeda anche a te. a volte è così, si è sicuri di qualcosa di intangibile, del quale non potremo mai avere prova. ma, come si dice, non ci stanno cazzi. sicuro sicurissimo che anche tu sorridi a volte, lo so. magari proprio mentre cucini. e a me piace essere quel sorriso. ecco, cucinavo con la finestra aperta e si sentivano le rondini. solo questo, le rondini. e io per un attimo ho pensato che quello fosse un silenzio complice dei pensieri che avevo, di noi. come un tramite fatto di niente, ma forte e inequivocabile. poi però mi sono ricordata che sta giocando la roma.
un corteo funebre a via montecuccoli, che poi è la strada senza uscita dove hanno girato la scena madre di roma città aperta, quella con la magnani che corre e urla e viene ammazzata da una raffica di mitra. lui abitava proprio lì. accanto al portone c'è una targa che parla del quartiere, del film, di rossellini, dell'occupazione nazista. aspetto, poco distante dal resto delle persone, le spalle appoggiate al muro caldo di sole. ci sono quelli delle onoranze funebri vestiti di blu, con le loro facce senza espressione e i gesti ampi, c'è il portiere che sposta i secchioni dell'immondizia per liberare il passaggio verso il carro funebre, i parenti che si salutano e poi guardano nel vuoto, o per terra. è uno di quei funerali in cui la gente ripete -è stato meglio così- per dire che non c'era altro da fare. che quello che rimaneva dell'essere vivo era solo il dolore. il male, come lo chiamano i vecchi che ascolto parlare tra loro. ogni tanto qualcuno mi riconosce, dopo avermi studiato un pò con lo sguardo, anche se sono di 20 anni più grande e di diversi centrimetri più alta. più volte la voce fuoricampo di mia madre o mia sorella mi salva, sussurrandomi un nome o un eventuale grado di parentela per farmi capire chi sia lo sconosciuto che ho davanti. qualcuno si commuove quando saluta qualcun altro, o quando porge le condoglianze alla vedova, ma non c'è un'atmosfera pesante. meglio così, dicono ancora. a sinistra, la ferrovia, coi treni che passano in un soffio metallico o stridulo, la gente del quartiere affacciata alle finestre, ferma sulla soglia dei negozi, il postino che invece continua il suo giro. il tutto incorniciato dalla tangenziale. la tangenziale. ogni volta che ci passo sotto, o sopra, provo a misurare con gli occhi la distanza che la separa dalle finestre dei palazzi che ce l'hanno di fronte. tento di immaginare cosa voglia dire abitare accanto a quella presenza invadente, quell'ospite perenne che non dà tregua alla vista, all'udito. forse ci si abitua, penso. ci si abitua a tutto in fondo, almeno così dicono. provo a inventarmi la sensazione meravigliosa che si potrebbe provare un giorno a svegliarsi, aprire le persiane e non trovarsi più davanti quel fiume di cemento armato. sparita. davanti agli occhi qualcosa di diverso, lo sguardo che va più in là di quel punto in cui s'era sempre dovuto inchiodare. sentire altri rumori, non più quello stesso, in sottofondo.
Today must have been one of the strangest days
Some would say that you won’t find love that way
The best days are not planned by common sense
By lack of time
You just happen to be where everything feels fine
It’s a new secret I have found
From today I'll change my priorities around
I’m no longer in command, and people say
I’m off solid ground and you're to blame
But they don’t understand, people never do
It's confusing, I don’t expect them to
It’s a new secret I have found
L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder
and you know that it's beginning,
and you know that it's the end
e comunque blogger lo dici a tua sorella.
come quella volta che l'ho fatta talmente tanto incazzare, ma talmente tanto che ha preso la foto della mia comunione, quella appesa sopra al camino, quella in cui ho la faccia da martire con le mani giunte e guantate di bianco, il vestito di mussola semplice semplice e una coroncina di fiorellini finti tra i capelli tutti pieni dei boccoli che mi aveva fatto mia zia contro la mia volontà e i miei piagnistei, la foto in cui ero pallida più del vestito perchè il parroco s'era raccomandato tanto di stare a digiuno e non andare a fare la comunione con la pancia piena che era peccato, insomma di quel giorno mi ricordo bene che tutte le altre avevano il vestito con la gonna che sembrava una torta di compleanno gonfia e svolazzante e io no, tutto il contrario, io avevo solo una fame tremenda e non vedevo l'ora che finisse tutto, insomma lei era così incazzata che ha preso questa foto e l'ha tirata contro il muro e poi ci ha fatto pure un paio di significativi zompi sopra continuando ad urlarmi contro cose peraltro giustissime malgrado l'assurdità della situazione, il tutto mentre mio fratello e mia sorella invece continuavano a stare appesi al muro sopra al camino e osservavano tutta la scena con aria non dico indifferente, ma comunque assai poco partecipe, mio fratello immortalato nella foto di quando ha fatto il giuramento, con un'espressione smarrita ma ostile, che mi ha fatto sempre tenerezza perchè la diceva lunga su come si sentiva e anche su quello che avrebbe combinato da lì a poco in quell'anno assurdo di naia in cui avrebbe dovuto servire la patria [ah ah ah], mia sorella invece in costume da bagno, in posa su uno scoglio non so dove, bella come il sole e felice, ma ecco, se dovessi dire che mi dispiace per la foto della comunione direi una bugia, mi dispiace sì e tanto di averla fatta arrabbiare così, mi dispiace per il senso di colpa che ha provato a vedere per terra, tra i vetri e la cornice sfasciata, la mia faccia da giovane leva dell'azione cattolica [ah ah ah ah ah ah], ma per la foto in sè, sinceramente, no, per quella invece sono proprio contenta perchè gliel'avevo chiesto tante volte ti prego levala, mi vergogno quando viene gente, è una foto bruttissima, sembro malata, con quei fiori in testa che manco cicciolina, tutte queste cose le dicevo pur di convincerla, ma lei niente, la teneva lì appesa che chissà cosa le ricordava di bello.
orizzonte costante da disabitare
ad ogni gesto che ti riguarda ho messo un non davanti. toccare. aspettare. telefonare. scrivere. persino pensare. e ti ho chiesto di fare altrettanto. ma se mi fermo, se mi fermo in questo spazio che altro non è che un silenzio immobile, abbandonato e vuoto di noi, mi sembra che potrei incontrarti ancora. ho la certezza che a te succeda lo stesso. ogni volta dura un secondo la possibilità di frantumare tutte queste promesse al negativo e leggere tutto al contrario, ma la tentazione rimane tale. resistiamo, in modo che quel rispettivo secondo non coincida mai. ogni volta non ci sei tu oppure ogni volta non ci sono io. e questo mancato incontro fa sì che manteniamo fede alla ragione e non cambi niente. in fondo, un non resta sempre un non, anche alla rovescia.
su via dei fori imperiali ci stanno sempre i peruviani che suonano i flauti di pan e le chitarre e le maracas. stanno lì fissi, credo. coi loro vestiti colorati, il cappello e sotto il cappello quei profili inconfondibili e i capelli lunghi, neri e lisci, bellissimi. di certo non mancano mai quando di domenica la strada è chiusa al traffico e i pedoni camminano dove gli pare invece che restare confinati sui marciapiedi. suonano sempre le stesse canzoni. vendono pure i cd e la gente che si ferma ad ascoltarli prima di andarsene lascia qualche spicciolo nella custodia della chitarra, opportunamente aperta davanti a loro. dopo un pò però quella musica diventa intollerabile, o forse sono io a non sopportare tanto l'idea di sentirla suonare lì, in quella location che più romana non si può. mi pare un souvenir brutto di un posto meraviglioso. fuoriposto, come le gondole di plastica comprate a venezia che rimangono arenate nei salotti, sopra alla tv col centrino sotto. come le centinaia di cloni in miniatura delle sculture di michelangelo che affollano i ripiani dei negozi per turisti. brutti brutti. i ciufolatori folli li chiama l'amica mia m.. c'è poi questa cosa assurda : tutta via dei fori, e alle sue spalle, nei vicoli del rione monti fino quasi a piazza venezia, tutto quello spazio lì sembra funzionare da enorme cassa di risonanza per quelle melodie strascicate rubate alle ande. oppure c'hanno un impianto di amplificazione che neanche a woodstock guarda. fatto sta che con m. mentre passeggiavamo da quelle parti, senza meta, a fotografare con gli occhi gli angoli di strada e gli scorci di cielo tra un palazzo e l'altro, quella musica ci seguiva con invadenza, dappertutto. la cosa terribile è che un certo punto hanno attaccato a ciufolare uomini soli dei pooh. che tristezza che tristezza dicevamo io e m., poi però abbiamo cominciato ad immaginarci la situazione inversa, ovvero i pooh che scalano le montagne e arrivano su su su per un concerto sulle ande. facchinetti con la crisi respiratoria per via dell'altitudine e il batterista con la foglia di coca in bocca, sennò nun gliela fa a tenere le bacchette in mano.

è già sulla porta di casa, ci stiamo salutando quando mi fa -ah-, poi infila una mano nella tasca dei jeans e ne estrae un pezzettino di carta tutto ciancicato. è un bigliettino dei baci perugina. -l'ho conservato- dice -perchè m'ha fatto pensare a te-. leggo: se la corda è lunga l'aquilone volerà in alto. mi sono messa a ridere e ho tenuto il bigliettino per ricordare la serata più che la frase stessa. lì per lì m'è sembrata ovvia, invece adesso ho capito davvero la frase e soprattutto il perchè me l'abbia voluta dedicare. ho capito sì e sorrido. dunque, è l'una e non ho sonno. questo è un bel problema. comunque la caterinetta di fassi, gusto frutti di bosco e crema, è il paradiso sceso sulla terra sotto forma di gelato. e domani mi compro alice nel paese delle meraviglie - attraverso lo specchio, perchè sto veramente in fissa con quel libro e con quel soggettone di lewis carroll, ma soprattutto per via di questa cosa qui che ho letto oggi
«È una marmellata ottima», disse la regina.
«Tanto oggi non ne voglio.»
«Anche se tu ne avessi voluta, non avresti potuto averne», ribatté la regina. «La regola è marmellata domani e marmellata ieri, ma non marmellata oggi».
«Ma prima o poi ci potrà essere marmellata oggi!», obiettò Alice.
«No, replicò la Regina. «La marmellata c'è negli altri giorni; e oggi non è un altro giorno, come dovresti sapere.»
«Non vi capisco» disse Alice. «È spaventosamente confuso.»
c'è che io non è che voglia trovare per forza un senso o un nesso, però a me mi capita a volte di imbattermi nei libri, nella gente, nella musica, nei luoghi, in tante di quelle cose insomma che apparentemente sembrano tutte scollegate fra loro. e invece no. che poi il nesso magari sono io. adesso vado a dormire veramente però, o almeno ci provo. anche perchè domani è un altro giorno, oggi no. marmellata to all.
p.s. aquiloni si scrive senza c, oh yeah.
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