il mio amore santo è blasfemo perchè conosce le parole è lo sguardo di abbandono prima di partire

da giovanni, pizzeria romana. le tovaglie sono di carta, le brocche del vino sbeccate e quando ti siedi ti sembra, in tutto e per tutto, di stare nella cucina di casa tua. all'ora di pranzo da giovanni ci vanno gli impiegati che lavorano in zona, a cena invece la gente del quartiere, che entra senza giacca e si mette a sedere senza domandare dove. che vi porto? chiede il cameriere con un accento che non riesco a decifrare. segue l'elenco dei primi piatti. se mostri indecisione, con lo stesso tono monocorde ti viene recitato il rosario dei secondi e dei contorni. per dessert consiglio la crostata. una poesia di marmellata di amarene e albicocche. il cameriere sorride quando, insieme alla crostata, porta al tavolo due forchette anche se la porzione ordinata è una sola. da giovanni si parla bene, indisturbati, col televisore sintonizzato sui telegiornali o su qualche programma scemo, ma tenuto ad un volume discreto, quanto basta per mimetizzarsi ai discorsi della gente seduta ai tavoli. giovanni è lui, quello con gli occhiali spessi e la dentiera non proprio salda al palato. a una cert'ora si addormenta su una sedia, in mezzo al locale, tra la gente che mangia e che non bada a lui, alla sua testa che ciondola, alle mani sulla pancia foderata dal grembiule bianco inspiegabilmente immacolato. mentre giovanni dormiva, ti ho chiesto di raccontarmi una storia che già conosco, ma che mi fa sempre ridere. dopo qualche insistenza l'hai fatto, a bassa voce. le ginocchia si toccavano sotto al tavolo, gli occhi  vedevano solo gli occhi e il mezzo litro di vino, col fondo dei bicchieri, aveva disegnato dei bei cerchi rossi sulla tovaglia. io gioco con le briciole della crostata che ho mangiato da sola. tu versi nei bicchieri il vino rimasto, in due metà precise. io ti lascio andare. guarda, si fa così. fai lo stesso anche tu. il motivo è uno solo, non tanti come credevo. il resto non conta, il resto verrebbe dopo. il motivo è che comincia a farmi male, a farmi diventare quella che non voglio essere, questa cosa che non abbiamo più il coraggio o l'innocenza per chiamare amore e trattare come tale. 

Roba di misia martedì, 29 aprile 2008 ore 22:19 | link | commenti (4) |

sottotraccia

Roba di misia martedì, 29 aprile 2008 ore 20:43 | link | commenti |

 lavorazione del pesce in norvegia. raccolta di fragole in danimarca. uva spina nel sud dell'inghilterra. fiori di lavanda in provenza. impersonare biancaneve a disneyland parigi. receptionist su una nave da crociera. piantare. una. tenda. da. campeggio. sotto. un. baobab. in. sudafrica.

Roba di misia martedì, 29 aprile 2008 ore 15:51 | link | commenti (1) |

stanotte ho sognato sarkozy che cantava con ornella vanoni.

Roba di misia martedì, 29 aprile 2008 ore 09:25 | link | commenti (7) |

sull'autobus c'era una comitiva di gitanti devoti che litigavano per avere ragione sulla data di morte di padre pio. a un certo punto si è introdotta nel dibattito una signora, fanatica pure lei, che però non c'entrava niente con loro. questa qui ha tirato fuori una data del 2005 e quelli in un coro indignato l'hanno freddata dicendole che si sbagliava con l'anno in cui è morto il papa. allora la signora tutta mortificata ha detto è vero scusate e loro alla fine si sono messi d'accordo: padre pio è morto il 23 settembre del 1968, se interessa. (però non ho controllato su google che non c'ho voglia). l'autobus era pieno, io ingombravo il passaggio tanto ero carica di buste della spesa e borse. la gente chiedeva permesso permesso tutta inviperita e io non sapevo dove mettermi per non essere d'intralcio. alla fine ho trovato una posizione in cui, non senza sforzo, mi reggevo, reggevo le buste e le borse e non stavo troppo in mezzo alle balle. però poi  è arrivato un sms e allora la cosa si è fatta più complicata perchè reggevo le buste e le borse, leggevo il messaggio e sorridevo col cuore che mi colava dentro, liquido, caldo. avrei voluto pure rispondere. subito. raccontare di padre pio che è morto il 23 settembre 1968. raccontare che oggi sono andata a sedermi al sole in quel posto che mi piace tanto, che mi ero portata libri da leggere e invece ho solo ascoltato musica, letto fumetti, guardato la gente che passava e ogni tanto chiuso gli occhi. avrei voluto raccontare pure che, avendo dimenticato la tessera elettorale a casa, ho dovuto percorrere roma in lungo e largo per recuperarla, andare a votare e tornare a casa un'altra volta. tutto ciò per quella bella faccia di rutelli. e infatti stavo quasi desistendo, ma poi mi sono detta solo una parola e questa parola era -alemanno-. così, ho fatto la spola da una parte all'altra di roma per andare a mettere la mia croce. nel messaggio volevo pure scrivere che i gelsomini stanno per fiorire, che l'aria profuma di buono e che roma non finirà mai di stupirmi, con le sue miserie e le sue meraviglie. che diventa sempre più difficile, ma l'insieme di queste due cose è il legame ruffiano che sentiamo con questa madre ingombrante di città. insomma, l'aria profuma per davvero e io non posso farci niente se è banale dirlo. però se ho i pensieri che si interrompono a metà e non arrivo a nessuna conclusione, cosa importa di tutte queste amenità da raccontare? cosa importa se tutto gira intorno a un sì o no o a poco altro? una metafora come si fa? mi viene una poesia o la verità, dice quella canzone un pò scema. però è proprio così e a me pare che quello che c'è da dire sia una cosa piccola, che più le cose si fanno complicate più diventa piccola. ostinata. diretta. a quel punto la gente chiedeva di nuovo permesso permesso e spingeva così non ho scritto nessun sms, però quando sono arrivata a casa, svuotando la busta della spesa sul tavolo della cucina, ho trovato l'insalata tutta acciaccata e le zucchine piene di lividi.  

Roba di misia domenica, 27 aprile 2008 ore 23:12 | link | commenti (1) |

 

I was so tired then
the music caressed my skin
just like when someone finally holds you and you can give in
this you’ve been avoiding
you think you’ll fall apart but it’s just that new start

Roba di misia sabato, 26 aprile 2008 ore 11:12 | link | commenti |

che sia di ognuno, e sarà maggiore nel mondo

posto nuovamente questo estratto da Uomini e no di Elio Vittorini perchè secondo me dice tutto quello che c'è da dire. è un libro bellissimo, uno dei più belli e onesti sulla resistenza. buona liberazione, a tutti. e poi forza e coraggio che qua tocca dasse 'na svejata rega'. 
I morti al largo Augusto non erano cinque soltanto; altri ve n’erano sul marciapiede dirimpetto; e quattro erano sul corso di Porta Vittoria; sette erano nella piazza delle Cinque Giornate, ai piedi del monumento.
Cartelli dicevano dietro ogni fila di morti : Passati per le armi. Non dicevano altro, anche i giornali non dicevano altro, e tra i morti c'erano due ragazzi di quindici anni.
C’erano anche una bambina, c’erano due donne e un vecchio dalla barba bianca. La gente andava per il largo Augusto e il corso di Porta Vittoria fino a piazza delle Cinque Giornate, vedeva i morti al sole su un marciapiede, poi i morti sul corso, i morti sotto il monumento, e non aveva bisogno di saper altro. Guardava le facce morte, i piedi ignudi, i piedi nelle scarpe, guardava le parole dei cartelli, guardava i teschi con le tibie incrociate sui berretti degli uomini di guardia, e sembrava che comprendesse ogni cosa.
Come? Anche quei due ragazzi di quindici anni? Anche la bambina? Ogni cosa? Per questo, appunto, sembrava anzi che comprendesse ogni cosa. Nessuno si stupiva di niente. Nessuno domandava spiegazioni. E nessuno si sbagliava. […]
 
Berta non trovò Selva in casa.
Bussò, non ebbe risposta, e non ebbe più scopo di essere venuta. Pure era venuta piena di fretta. Aveva qualcosa di molto importante da fare o da dire. Che cosa?
Andò, dalla strada di Selva, verso il Parco.
Non vi era gente, vi era soltanto il sole, terreno bianco e sole, alberi ignudi e sole, e andò, in quella solitudine, fino a una panchina. Sedette, e si mise a piangere. Era questo che aveva da dire o fare?
Piangeva, e tutto il Parco era intorno a lei, una arena solitaria, col cerchio del tram che suonava molto lontano, all’orizzonte.
Ma sentì qualcuno che le parlava.
“Che c’è figliola?”
Sollevò il capo.
“Piangi?” disse l’uomo.
Era un vecchio, Berta lo vide vecchio o povero, lacero nei panni, le scarpe rotte, e continuò in pace a piangere.
“Posso domandarti,” le disse il vecchio, “perché piangi?”
“Non so,” Berta rispose.
“Non sai perché piangi?”
“Vorrei saperlo, e non lo so.”
“Non ti è accaduto nulla?”
“Nulla.”
“Nemmeno ieri? Nemmeno ieri l’altro?”
“Nemmeno ieri l’altro.”
Il vecchio sedette vicino a Berta. “Tu devi aver visto qualcosa.”
“Questo sì.”
“Quei morti?”
“Quei morti.”
“E piangi” disse il vecchio, “per loro?”
Berta sollevò di nuovo il capo.
Guardò il vecchio e vide che i suoi occhi erano azzurri, glieli vide sereni nella vecchia faccia. Aveva un significato che i suoi occhi fossero azzurri? Era come se avesse un significato.
“Non so,” rispose.
Ma dovette piegarsi una volta di più dentro le sue lacrime.
 
“Non bisogna,” il vecchio disse, “piangere per loro.”
“No?” disse Berta.
“Non bisogna piangere per nessuna delle cose che oggi accadono.”
“Non bisogna piangere?”
“Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare.”
“Gli uomini sono uccisi, e non bisogna piangere?”
“Se li piangiamo li perdiamo. Non bisogna perderli.”
“E non bisogna piangere?”
“Certo che no! Che facciamo se piangiamo? Rendiamo inutile ogni cosa.”
Era questo piangere?
Rendere inutile ogni cosa che era stata?
Il vecchio lo diceva, e Berta poteva anche crederlo. Forse era questo. Ma non poteva non piangere, e stava pure sempre col capo chino, si bagnava di lacrime il grembo.
“Non bisogna,” disse il vecchio. “Non bisogna.”
“Sì” disse Berta. “Non bisogna”
“Vedi che non bisogna? Smetti.”
“Ma io non piango per loro.”
“Non piangi per loro?”
“Non su di loro.”
“No?” disse il vecchio.
Berta non piangeva sopra i morti, per il sangue loro. Ora lo sapeva. Le veniva da loro, ma non era pietà per loro.
Era pietà, o forse disperazione, su se stessa; ma dinanzi a loro era un’altra cosa. Che cosa?
Disse al vecchio “No. Non piango su di loro”.
Aveva rialzato il capo, il pianto si asciugava sulla sua faccia, e rivide nel vecchio gli occhi azzurri.
Glieli guardò. “Ma che dobbiamo fare?” gli chiese.
“Oh!” il vecchio rispose. “Dobbiamo imparare.”
“Imparare che cosa?” disse Berta. “Cos’è che insegnano?”
“Quello per cui,” il vecchio disse, “sono morti.”
 
Berta chiese al vecchio che cosa intendesse dire, e il vecchio disse che intendeva dire quello per cui accadeva ogni cosa, e per cui si moriva, disse, anche se non si combatteva.
“La liberazione?” disse Berta.
Il vecchio sembrava cercasse la risposta migliore, guardava davanti a sé con occhi lieti. “Di ognuno di noi,” rispose.
“Come di ognuno?”
“Di ognuno, nella sua vita.”
“E il nostro paese? E il mondo?”
“Si capisce,” il vecchio rispose. “Che sia di ognuno, e sarà maggiore nel mondo.”
Indicò la città verso dov’erano, sui marciapiedi, le facce loro; e Berta potè pensarli non di sopra alle case e agli uomini, ma tra le case, tra gli uomini, parlando dentro ad ognuno, non di sopra.
Un nuovo trasporto la trascinò; e ancora fu in lacrime.
Non avrebbe dovuto lasciarsi trascinare? Non doveva piangere? Pure era per questo che piangeva, non per altro, per questo e non altro aveva pianto finora, per questo che ora sapeva di pensare, questo che di loro pensava, e non cercò di frenarsi, pianse in pace.
Piangendo, si chiedeva:
E lo dicono anche in me? Anche per me sono morti?

Roba di misia giovedì, 24 aprile 2008 ore 23:27 | link | commenti |

la nostalgia che mi segue non parla, mi guarda soltanto. ha il tuo profumo addosso, se chiudo gli occhi lei va via e tu ritorni. tu mi vedi. chiamami ancora per nome. fammi tornare. altrimenti, dimmi che passa tutto. dimmi che passa. dimmi che passa. dimmi che passa. dimmi che no, non passerà mai. 

Roba di misia giovedì, 24 aprile 2008 ore 18:05 | link | commenti |

Don't let your mind get weary and confused
Your will be still, don't try
Don't let your heart get heavy child
Inside you there's a strength that lies

Don't let your soul get lonely child
It's only time, it will go by
Don't look for love in faces, places
It's in you, that's where you'll find kindness

Be here now, here now
Be here now, here now

Don't lose your faith in me
And I will try not to lose faith in you
Don't put your trust in walls
'Cause walls will only crush you when they fall

Be here now, here now
Be here now, here now

Roba di misia giovedì, 24 aprile 2008 ore 15:41 | link | commenti |

m'hai incrociata alla stazione
che inseguivo il mio profumo
eccetera eccetera

Roba di misia mercoledì, 23 aprile 2008 ore 15:13 | link | commenti (1) |

domani.

Roba di misia martedì, 22 aprile 2008 ore 16:57 | link | commenti (2) |

la luna del pomeriggio

Un giorno presero l'autobus. Léa voleva fargli scoprire l'estremo est della città. I porticcioli di Goudes e di Callelongue. Il bus costeggiava il mare poi, oltre la spiaggia dei Catalans, il vallone di Auffes, Malmousque, il ponte della Fuasse-Monnaie, la baia di Marsiglia gli si offrì. Immensa, stupenda. Un regalo. Il regalo di Léa al loro amore.

Presero un altro autobus. Dopo la Mandrague-de-Montredon, alla vista della roccia bianca, arida, Rico dubitava di essere ancora in città. Non credeva ai propri occhi. Pensò alle Eolie, dove i suoi genitori l'avevano portato da bambino.

"Ecco il paese del Grand Bleu" disse fiera Léa indicando l'arcipelago di Riou.

Il rumore della città, tutta la sua esuberanza, finivano lì. Il silenzio che scese su di loro, appena turbato dal tuf-tuf delle barche a motore che tornavano dal largo, era quasi palpabile. Sapeva di sale e di iodio. Léa e Rico si sedettero dietro un pescatore e dimenticarono il tempo.

Léa taceva. E adesso Rico avrebbe voluto parlare. Dire, dirle che cosa aveva amato di Marsiglia. I loro occhi si accarezzavano, nella tenerezza più nuda, "quella in cui affiorano l'amarezza e la grandiosità dei sogni", come gli aveva scritto Léa ricordandogli quel momento, quando Rico le aveva annunciato che era finita, che aveva incontrato un'altra. "Fu senza dubbio" aveva aggiunto, "lo stesso sguardo che si scambiarono Ulisse e Penelope nel separarsi".

Ma quella lettera Rico la lesse solo di sfuggita. Il suo cuore era già altrove.

(Il sole dei morenti - Jean-Claude Izzo)

 

Roba di misia lunedì, 21 aprile 2008 ore 21:55 | link | commenti |

No hay nada más honesto que la necesidad.

Ha llegado la hora.
Confesaré.
Daré datos precisos.
No mentiré.
No caeré en contrabando.
Tomaré todas las drogas.
Acataré lo sagrado y lo profano
su único hijo
nuestro dolor.
No codiciaré la muerte del prójimo.
Me revolcaré sólo de amor.
La noche, sabemos, etcétera, etcétera, etcétera.
El alba
ya lo dije es oficio de sobrevivientes.

(mario trejo)

Roba di misia lunedì, 21 aprile 2008 ore 14:41 | link | commenti |

f. ha la capacità di apparire nella mia vita nei momenti e nei modi giusti portando con sè un tempo fatto di sorrisi, chiacchiere e musica, quella che mi regala, quella di cui mi parla, quella che andiamo ad ascoltare insieme. f. mi ha salvato tante volte e in tanti modi, senza neanche rendersene conto. proprio sabato mi domandavo se qualche volta sia capitato a me di salvare lui. forse sabato notte l'ho fatto chiamandolo per nome, mi rispondo adesso. eravamo in due sul motorino. al ritorno da una serata di tanta musica e parole in cui ci siamo rimessi in paro azzerando i mesi di reciproca latitanza. c'era il cielo enorme, color cobalto e una luna di latte, quasi piena. si tornava a casa parlando ad alta voce per superare il motore e l'intralcio dei caschi. e poi ridevamo, che con f. si ride sempre tanto e di tutto. non potete capire, dovreste proprio conoscerlo f.. superato il delirio di traffico sulla via ostiense, roma era tranquilla, di strada bella da andare. caracalla, il circo massimo, i fori, il colosseo. e poi miracolo, il cancello di ingresso a via della polveriera era aperto. vai di qua che si fa prima. il cancello di uscita invece sembrava aperto. sembrava proprio. è toccato arrivarci a meno di un metro di distanza per capire che no. chiuso. è toccato rischiare di farsi tanto ma tanto male, se non peggio, per capire che il cancello era proprio irrimediabilmente chiuso. le sbarre sono state come un miraggio, emerso dall'aria, dal buio e apparso nel riflesso del parabrezza. poco prima della frenata, prima di quella specie di miracolo che ci ha permesso di fermarci a un niente dall'impatto ho avvertito la sensazione netta dello scontro, della caduta, del dolore vivo che stavo per provare. come per arrivarci preparata. sono secondi infiniti quelli in cui ti accorgi che qualcosa di inevitabile sta per succederti.  intanto io ripetevo il suo nome come invocassi su di noi la grazia da un santo, con un tono che a imitarlo successivamente, nel percorrere la strada all'inverso, ci ha fatto scompisciare dal ridere. intanto le sbarre che prima non c'erano, erano lì, precise, ottuse, sempre più vicine e pronte a farsi abbracciare. invece no. salvi, un'altra volta. è così f., lo sai. e potrebbe essere una metafora appropriatissima questa dei cancelli, aperti e chiusi, delle strade nuove, di quelle da fare a ritroso, delle sorprese, belle e brutte, di quello che non si vede ma c'è, ah se c'è. io ho provato pure a scriverti una lettera, ma non ne sono stata capace. non ho tanta testa per scrivere lettere ultimamente. semplicemente quello che volevo dirti è questo: che io e te siamo vivi,  più di prima e che soprattutto ti voglio bene anch'io, tanto.

p.s. e no, non avevamo fumato nè bevuto. siamo solo rincoglioniti. rincoglioniti, ma bellissimi eh. e comunque uno straccio di cartello per segnalare che il cancello è chiuso, in quella via buia, cazzo, mettetecelo.

Roba di misia lunedì, 21 aprile 2008 ore 12:07 | link | commenti (1) |

libri e vento e cenere

Leggo solo libri usati.

Li appoggio al cestino del pane, giro pagina con un dito e quella resta ferma. Così mastico e leggo.

I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù.

I libri usati hanno le costole allentate, le pagine passano lette senza tornare a sollevarsi. Così alla trattoria di mezzogiorno mi siedo alla stessa sedia, chiedo minestra e vino e leggo.

Sono romanzi di mare, avventure di montagna, niente storie di città, che già le ho intorno.

Alzo gli occhi per un po’ di sole riflesso nel vetro della porta d’ingresso da dove entrano in due, lei con aria di vento addosso, lui con aria di cenere.

 

Erri De Luca – Tre Cavalli

Roba di misia lunedì, 21 aprile 2008 ore 00:06 | link | commenti (1) |

bing beng bong satellite of love

Roba di misia giovedì, 17 aprile 2008 ore 11:40 | link | commenti (1) |

per esempio

joe strummer

Roba di misia mercoledì, 16 aprile 2008 ore 13:23 | link | commenti (4) |

perchè io valgo (e mi abbasto e mi avanzo)

dice: emigriamo? ora, a me questa di emigrare è una battuta che non mi fa più ridere. dice: ma mica è una battuta. e allora, si sappia che potendo scegliere non avrei intenzione di mantenere il mio esilio nei confini europei. io non voglio un'altra residenza, io voglio proprio altra gente. me ne andrei in africa. in mozambico, per esempio. oppure, guarda, a tangeri me ne vado. la guida turistica ricordo che parlando di quel posto esordiva così, testuali parole, arrivati a tangeri guardatevi alle spalle. meraviglioso. a me questa raccomandazione mi è sembrato nascondesse un invito implicito. che le cose belle, le cose che vale la pena di, spesso sono difficili e nascoste e complicate, si sa, o almeno, io lo so. eccheccazzo, cominciamo a fare le dovute distinzioni ecco. insomma, non le sto neanche a pensare le mete che mi vengono in mente per questa fuitina vigliacca, ma mica poi tanto. posti dove vivere costa meno al pensiero, per dirla alla Pessoa. mo' basta. europa. basta europei. basta confronti, basta lagne, basta. allora senti qua: ci stanno un inglese, un tedesco, un francese e un italiano... ecco. la sensazione è questa. quella di una barzelletta che ti hanno raccontato troppe volte e alla fine dici ecchepalle già la so. ma se davvero l'italia non fosse il paese che speriamo che sia o che possa (tornare a) essere? e se l'italia fosse proprio questa cosa qui? io sono stanca perfino di scandalizzarmi e tutto comincia a sembrarmi una brutta parodia dell'originale. perfino io stessa che scrivo o che parlo di politica. c'è che poi oggi sto dicendo un sacco di parolacce, ma oggi tutto è permesso, o meglio, come dice l'amico fatboy per oggi cazzolibero.  

per tutti gli orfani, a happy place for sad rainbows, qui

 

Roba di misia martedì, 15 aprile 2008 ore 15:01 | link | commenti (6) |

...portami via che mi sento di morir

Roba di misia martedì, 15 aprile 2008 ore 09:16 | link | commenti |

c'è verde e verde

insomma, caro il mio einstein, ma lo sai che c'avevi proprio ragione su quella cosa della relatività? infatti io all'amico ferramenta ci ho detto -dovrei dipingere una sedia- e lui tutto premuroso mi fa -di che colore?- e io -mi farebbe vedere qualche campione?- e lui mettendomi davanti uno di quei cosi con tutti i rettangolini colorati di mille sfumature e tonalità mi ha detto -scegli-. e io infatti ho scelto, ho puntato il dito indice sull'unico tipo di verde disponibile e ho pronunciato il nome del colore. allora lui mi ha avvisato che il verde che vedevo sul rettangolino era un pochino indicativo, cioè che non sarebbe venuto proprio proprio proprio quel verde lì. questo ha dato il via a una stimolante discussione tra me e il ferramenta (ma ogni tanto interveniva pure l'aiutante rumeno) per cercare di capire se ci stavamo capendo sul verde, ma anche un pò sulla vita in generale. caro il mio einstein, in quel momento io ho pensato a quanto è bello capirsi, cioè tipo essere sicuri di vedere gli stessi colori e di chiamarli con lo stesso nome. sono quelle cose che fanno sentire meno soli e infatti io sono uscita dal negozio munita di vernice, pennello e acqua ragia sentendomi parte di un'armonia cosmica e universale in cui ci si può permettere di chiamare le cose con un nome, ma ogni tanto anche no, che in fondo ci si capisce con l'ammmore. allora, a parte il fatto che sotto ogni rettangolino ci stava scritto il nome del colore corrispondente, convenzioni, dirai te, chiamale come te pare, ti rispondo io, perchè, a parte questo dicevo, a casa mia c'è una differenza sostanziale, oserei dire oggettiva, tra verde acqua e verde prato. la stessa differenza che passa, guarda un pò, tra il colore (incolore) dell'acqua e quella di un prato. a meno che. a meno che il mio ferramenta non intendesse il colore dell'acqua della marana donde si faceva il bagno da regazzino quando lì era tutta campagna, dici tu. oppure, aggiungerei io, a meno che il ferramenta, sempre lui, non faccia uso di sostanze psicotrope o che ancora, tra un cliente e l'altro, non tiri energiche sniffate dai barattoli di colla nel retrobottega. insomma albert mio, sabato mattina pittavo la mia sedia sul balcone, ma il verde che vedevo apparire davanti ai miei occhi non era quello che mi aspettavo. tra il verde mio e quello del ferramenta ci passava l'intera questione dell'incomunicabilità tra gli esseri umani dalla quale scaturiscono, oltre che i film di antonioni, pure tutte le cose brutte che ci sono a questo mondo. a partire dalla mia sedia che io mentre la pittavo pensavo che ci ho già poche certezze nella vita, almeno i colori lasciatemeli.

Roba di misia lunedì, 14 aprile 2008 ore 12:28 | link | commenti (1) |


vengo anch'io

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