alla fine quando sono uscita, ieri sera, avevo la testa leggera, ma piena di musica. per strada c'era un silenzio buono e io non avevo freddo. sotto il cappotto, sotto il maglione, sotto ogni altro strato che separava il mondo dalla mia pelle, portavo ancora addosso il calore della doccia, della casa, dell'attesa lenta che avevo fatto scivolare fino ad allora ascoltando più e più volte le due versioni di flamenco sketches con l'alibi di volerne scegliere una da preferire. seduta a fare niente, incredibile. niente, se non forse fumare, forse bere una tisana che non sapeva di quello che prometteva la confezione, forse pensare a questi ultimi mesi senza paura di farlo. mi chiedo se si possa chiamarlo pensare lo scorrere sopra e dentro certe immagini, certe parole, quasi senza rendermene conto, come fossero un'idea, strana, neanche tanto buona, ma pur sempre un'idea da non considerare con troppa severità. poi ascoltando billie holiday e rileggendo il brano di quel libro che mi parla di lei e di lester young, dei loro baci leggeri sulle guance, del loro sfiorarsi minimo, casuale. lui che ormai si esprimeva solo cantilenando parole senza senso e lei che lo capiva lo stesso. e poi la storia che entrambi mettessero su gli stessi dischi, quelli incisi insieme, non per ascoltare sé stessi, ma per poter ritrovare ancora una volta l'altro. alla fine quando sono uscita, ieri sera, superato il cancello d'ingresso, mi è subito piaciuta la sensazione dell'asfalto sotto ai piedi. per strada c'era un silenzio buono, di quei silenzi che non mettono soggezione. a momenti mi assale la sensazione di avere qualcosa da perdonarmi, qualcosa da farmi perdonare. dopo secoli, tanto sembra il tempo, ieri mattina su una panca di formica gelata, in una sala d'attesa vuota, ho sciolto qualche lacrima. e non per i motivi che credevo potessero farmi piangere. ripenso al dio quaquaquaqua e sorrido. un dio così fatto sembra l'entità ideale al quale chiedere assoluzioni per la propria ostinata mancanza di senso e per il male gratuito che ne può derivare ad altri. ieri sera sono uscita, erano le venti e qualcosa, non avevo freddo e il cappotto e il maglione e tutto il resto e l'asfalto e tu e io e lui e loro e nessuno e niente. niente. la testa leggera, ma piena di musica.
Pozzo - Tornerei a sedermi volentieri, ma non so bene come fare
Estragone - Posso aiutarla?
Pozzo - Forse se lei provasse a chiedermelo...
Estragone - Cosa?
Pozzo - Se lei mi chiedesse di sedermi di nuovo.
Estragone - E questo servirebbe?
Pozzo - Credo di sì
Estragone - Forza allora. Perché non si risiede, signore, la prego.
Pozzo - No, no, non è il caso. ( pausa sottovoce ) Insista un poco
Estragone - Ma via, non se ne resti così su due piedi, prenderà freddo.
Pozzo - Lei crede?
Estragone - Non c'è il minimo dubbio.
Pozzo - Lei ha tutte le ragioni. ( Si risiede ) Grazie, carissimo
sono sei è siamo siete sono
ringrazio il cielo. ringrazio quel cielo che si vede da ponte marconi. ci sono passata, sotto al cielo e sopra ponte marconi, tutti i santi giorni con l'autobus che porta in ospedale. il tevere da quel punto in poi comincia a farsi selvatico, allarga i fianchi, li fa morbidi col verde che arriva quasi fin dentro l'acqua approfittando delle rive basse e scoscese. mi sono chiesta se la gente lo sa che il cielo più bello di roma si vede da lì. tanto che avrei voluto che qualcuno dei passeggeri dell'autobus ad alta voce ordinasse agli altri di guardare fuori dai finestrini. c'è poco da essere democratici in questi casi. guardate fuori, su-bi-to. si vede dov'è che iniziano e dov'è che finiscono le nuvole. oltre quel punto preciso, c'è il cielo di un altro colore. autista, autista, ferma qui e guarda pure tu. insomma, non so spiegare e non ci provo nemmeno, ma sono giorni che volevo scrivere del cielo sopra ponte marconi. ora che ci provo mi rendo conto che non ne sono capace e che comincio ad essere un pò ripetitiva io, col mio traino di astrattezze. facciamo che mi limito a ringraziarlo quel cielo lì, per i motivi che so io, perchè in un certo qual modo mi ha salvato, sciolto il respiro, spianato la fronte e fatto correre lo sguardo lontano ricordandomi che se sono tanto brava a resistere, devo esserlo altrettanto, se non di più, a ricordarmi di guardare poco più avanti, quel tanto che basta. del natale non mi frega niente è risaputo. eppure le lucine, lo confesso, piacciono anche a me. solo quelle che mettono nei viali grandi, però, quelle che scendono come pioggia. quando ci passo sotto mi sento speciale e migliore. confessavo questa cosa a un mio amico, di notte, in macchina, passando sotto quella pioggerellina di luce. lui mi ha guardato, poi è tornato a guardare la strada e io ho pensato ecco, adesso mi massacra di battute e invece è stato zitto. poi le lucine sono finite, lui ha cominciato a parlare di lavoro e io ero tornata quella di prima. per il resto, mi fanno gli auguri, auguri auguri auguri in ufficio, per strada, al supermercato, via mail, al telefono. io ricambio sinceramente, ma babbo natale l'ho ammazzato davvero, come ogni anno.
di certe vite c'è davvero di che innamorarsi. e io infatti me ne innamoro. magari non ricordo la storia della breccia di porta pia, o la capitale dell'uganda, ma per dire non dimentico piccoli dettagli della tormentata vita di chet baker o in quali e quanti modi abbiano tentato, prima di riuscirci, di fare secco rasputin. insomma, c'ho una discreta cultura di cose praticamente futili io. se non fosse per l'attitudine ad andare fuori tema, nel parlare, così come in molte altri espressioni della mia vita, avrei dalla mia una notevole fonte di aneddoti da sparare come cartucce nelle occasioni sociali in cui la chiacchiera langue. tuttavia la vita degli altri non mi pare mai una cosa futile da conoscere o da sperperare raccontandola a chi non se la merita. a me, più di una volta, l'altrui vita infatti mi ha insegnato cose e fatto riflettere sulla mia. e io non suono la tromba. e nemmeno vivo a corte con lo zar. quindi non si tratta di fare paragoni o parallelismi. per dire, glenn gould no? glenn gould che mentre suonava cantava. curvo sul piano, storto, gobbo, scomposto. suonava e cantava. i tecnici del suono non sapevano come eliminare quel mormorio dalle registrazioni. lui se ne fregava. glenn gould che suonava solamente seduto su una sediolina costruita dal padre, ormai mezza fracassata, ma lui voleva solo quella. era proprio un bel tipo di tipo il nostro glenn gould. il cd l'ho comprato tanto tanto tempo fa; le Variazioni Goldberg nella registrazione del 1981. ogni volta che l'ascolto penso a quei 12 minuti in più di durata rispetto alla prima registrazione del 1955. come minimo forse dovrei spiegare il perchè 'sta storia di glenn gould e dei 12 minuti mi colpisca così tanto, visto che io al pianoforte so suonare solo framartino. si tratta delle seconde volte. del nostro modo di vedere le cose, che può cambiare col tempo. della lentezza. del ritmo. dei tentativi. del riconoscersi o meno in sè stessi e nelle proprie scelte, quelle fatte, quelle da fare. è 'na cosa lunga insomma. come sempre poi, me la canto e me la suono da me. però, per essere meno ermetica, copio qui sotto un estratto dal libretto del cd.
[…] le due incisioni delle Variazioni Goldberg che Glenn Gould ha lasciato ai posteri costituiscono un caso particolare. Da un lato perché sono state compiute a distanza di ventisei anni e segnano l’inizio e la conclusione della sua carriera pianistica. La prima incisione dell’opera compiuta nel giugno 1955 era stata il primo disco inciso da Gould per la Columbia e aveva fatto diventare famoso il giovane pianista in tutto il mondo quasi nel giro di ventiquattr’ore, la seconda, svolta durante i mesi di aprile e maggio del 1981, fu uno dei suoi ultimi lavori per la CBS, e Gould non fece in tempo a vederla pubblicata. Ma le due versioni delle Variazioni Goldberg rappresentano un caso singolare nella storia dell’interpretazione anche per l’enormità delle loro differenze, che esteriormente si manifestano già nella durata delle esecuzioni: 38:27 minuti nell’incisione del 1955 rispetto ai 51:15 minuti nella versione del 1981. In un colloquio con Tim Page, svolto nel contesto della seconda incisione delle Variazioni, Gould si è espresso dettagliatamente riguardo a questa, se vogliamo chiamarla così, “scoperta della lentezza”: “Gran parte della musica che mi tocca profondamente vorrei sentirla suonare in un tempo molto lento e meditativo (e naturalmente suonarla così anch’io). […] Vede, in passato, la spinta ritmica era per me estremamente importante; ma col passare degli anni ho avuto sempre più l’impressione che molte interpretazioni (e certamente anche buona parte delle mie) erano troppo veloci. […] Gould evitò molto consapevolmente di impiegare la prima versione come base della sua nuova interpretazione, e ascoltò la vecchia incisione soltanto tre o quattro giorni prima della prima sessione di registrazione. “Devo dire che l’impressione è stata ambivalente. Ho ascoltato ampie sezioni dell’incisione con gran divertimento, ad esempio per quanto riguarda l’humor che vi ho sempre ripetutamente scoperto, […] ed effettivamente ho riconosciuto dovunque la mia impronta, per lo meno in senso pianistico; il mio modo di suonare non è cambiato veramente col passare degli anni: è rimasto uguale, un aspetto per il quale forse alcuni mi potranno rimproverare di ‘mancanza di flessibilità’. Ma –e si tratta di un ‘ma’ colossale – non riuscivo assolutamente ad identificarmi con lo spirito della persona che aveva compiuto quell’incisione. Mi sembrava quasi un estraneo il quale si era trovato dentro la mia pelle".
All your seasick sailors, they are rowing home.
All your reindeer armies, are all going home.
The lover who just walked out your door
Has taken all his blankets from the floor.
The carpet, too, is moving under you
And it's all over now, Baby Blue.
Leave your stepping stones behind, something calls for you.
Forget the dead you've left, they will not follow you.
The vagabond who's rapping at your door
Is standing in the clothes that you once wore.
Strike another match, go start anew
And it's all over now, Baby Blue.![]()
![]()
ci si può perdere perfino rimanendo diligentemente entro i limiti dei tragitti da – a degli orari di visita dalle ore-alle ore ci si può perdere eccome anche in queste giornate ripetitive scandite da andate e ritorni con la testa che asseconda il traffico ancora non mi abituo al freddo e le decorazioni natalizie mi colgono completamente impreparata in questi giorni di dicembre che sembrano lenti e invece corrono via letto sedici terzo piano i tasti dell’ascensore sono invertiti per salire bisogna premere il tasto con la freccia in giù e viceversa in fondo al corridoio c’è una statua della madonna la vicina di letto di mia madre è una ottantenne appena risorta da una paralisi fanatica di padre pio mia madre mi ha raccontato che passa il tempo con la testa girata verso la porta d'ingresso in attesa della figlia allora poi arrivo io e lei inizia a piangere perché vede apparire me anzichè sua figlia allora mi avvicino al letto sorridendo e le dico piano piano signora non pianga adesso arriva anche sua figlia è ancora presto le dico lei mi punta addosso uno sguardo un pò vuoto poi mi chiede che ore sono? io dico le cinque e trentacinque lei continua a guardarmi con un espressione come di attesa e mia madre dall'altro letto fa quel gesto che indica l'orecchio e dice a bassa voce è un po’ sorda io guardo mia madre guardo la signora e poi urlo LE CINQUE E TRENTACINQUE lei mi sorride e mi sorride pure padre pio dal comodino mia madre invece si incazza mi dice sei proprio cretina ma poi ride pure lei.
folk down there really don't care really don't care don't care really don't
se questi miei giorni fossero una casa non ti inviterei a prendere un tè da mé
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