il buddha dormiente. un campo di lavanda davanti alla casa di van gogh. piccole nuvole viola sfumate. riesco ad immaginarne il profumo. l'ultima camel nascosta nel pacchetto di morbide. la pioggia che non arriva. il minestrone di verdure. un grappolo d'uva. gli anelli d'oro del direttore generale. la camicia a righe bianche e blu, la cravatta blu e i gemelli d'oro del direttore generale. roba da avanspettacolo, dico io, quando si alza per andare in un'altra stanza. tutti ridono senza farsi sentire. ci vediamo alle cinque in provenza. porta un plaid. una confezione di drum blu. cartine. porta due birre e un pacco di oswego della gentilini. no tu no dice il direttore generale. le unghie curate. la pelle tesa. tu purtroppo sei tagliata fuori. per questo questo e quest'altro motivo. la pancia del direttore generale. sorrido gli stringo la mano dico perfino grazie. vorrei aggiungere -secondo me te sei gay e non lo sai, fidati- ma evito sai com'è. il ficus benjamin nella mia stanza sta morendo. lo innaffio. lo poto. gli parlo. la formula excel che non funziona. il bagnoschiuma e la crema per neonati dolci notti alla lavanda. una maglia viola. ecco a voi come una giornata senza senso o con troppi sensi si trasforma nella giornata della lavanda. gastrica. ma alla fine, sticazzi.
(uh, piove. finalmente)
ho le parole tutte annodate.
"Il mio cuore come una serpe
si è spogliato della sua pelle
e la tengo fra le mie dita
piena di ferite e di miele"
E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa di giorno
e poi scuse accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi vivi ridi o sei perduta
col tuo ordine discreto dentro il cuore
dov'è il tuo ma dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dov'è finito il tuo cuore, ma dov'è finito il tuo cuore.
notti di sonno a pezzi pezzi da un'ora l'uno poi mi si sveglia il cuore la testa no continua a dormire è il cuore che mi sveglia il cuore o come lo vuoi chiamare quel punto esatto che pesa che brucia che fa freddo che scioglie che si ferma che corre la valeriana non funziona non funziona col cuore allora mi alzo e mangio un pò d'uva e leggo senza capire e fumo controvoglia con la bocca che sa di dentifricio poi smetto e lascio il tempo passare nella semioscurità comincio a fare mentalmente pacchi e valigie sposto incarto e inscatolo oggetti con lo sguardo nel frattempo tempo di un minuto e finisce questa estate della quale fatico a ricordare l'inizio tanto sembra lontano da qui da questo settembre che assomiglia a una primavera più pigra abbandonata a sè stessa cedevole.

assomigliamo al deserto di atacama in cile. la prima volta me ne ha parlato una signora cilena che ho avuto la fortuna di conoscere l'anno scorso. mi raccontava sempre del suo paese con un misto di pudore e orgoglio insieme. sarei rimasta ad ascoltarla per ore ed ore. lo guardavo sulla cartina, il cile, stretto e lungo, dall'aria un pò scomoda, come la sua storia. un giorno la signora cilena mi ha portato un libro fotografico del deserto di atacama. il più arido del mondo. nelle prime foto era una sterile superficie lunare. poi, un pò di pioggia, perchè ogni tanto piove anche nel deserto, e quella che era una distesa di niente si trasformava in un tappeto di fiori incredibili. i loro semi, stanno sempre lì, tra le pietre, nella sabbia, ad aspettare.

è che sento la telefonata in discesa, sento svanire l'attrito che mi sosteneva, quel gusto di nostalgia, di impotenza, lo sento arrivare strisciando, sulla lingua, e poi, dalla lingua alle parole che pronuncio con la voce scesa di un tono. coi sensi all'erta, lo sento che sto scivolando e allora tento di arrampicarmi, di cercare appigli nelle tue di parole. fare finta che no, che sì, che forse. ma tu lo sai. io lo so. lo sappiamo. ho così poca pazienza e aspettare è l'unica cosa che mi sembra di non poter chiedere al cuore. non mi dire l'unicacosachevoglioènonfartidelmale, potrei raccontarti di tutto il male che m'è toccato dopo l'ultima volta che me l'hanno detta questa frase qua. mi verrebbe da dirti piuttosto, ora, subito, lasciami stare, lasciami riposare, riportami lì dove mi hai trovata oppure fammi andare adesso che la strada per ritornare me la ricordo ancora. perchè diavolo raccogli le conchiglie in riva al mare se poi non hai il coraggio di avvicinarle all'orecchio per ascoltare le onde? lasciale lì. lasciale stare. che sia solo il mare a riprendersele, a tormentarle, abbracciarle e a spingerle di nuovo lontano, non tu. lasciami asciugare, lasciami affogare. lasciami. non sono un souvenir della vita che avresti potuto avere. della vita che vorresti. non sono. tutto accetterei. tutto, tranne poche cose. tipo queste vie di mezzo massacranti che mi obbligano a dosare il sangue, il cuore, il fiato per dire fare baciare.
the sky is grey, the sand is grey, and the ocean is grey. i feel right at home in this stunning monochrome, alone in my way. i smoke and i drink and every time i blink i have a tiny dream. but as bad as i am i'm proud of the fact that i'm worse than i seem. what kind of paradise am i looking for? i've got everything i want and still i want more. maybe some tiny shiny thing will wash up on the shore. you walk through my walls like a ghost on tv. you penetrate me and my little pink heart is on its little brown raft floating out to sea. and what can i say but i'm wired this way and you're wired to me, and what can i do but wallow in you unintentionally? what kind of paradise am i looking for? i've got everything i want and still i want more. maybe some tiny shiny key will wash up on the shore. regretfully, i guess i've got three simple things to say. why me? why this now? why this way? overtone's ringing, undertow's pulling away under a sky that is grey on sand that is grey by an ocean that's grey. what kind of paradise am i looking for? i've got everything i want and still i want more. maybe some tiny shiny key will wash up on the shore.
quando esci da lì smetti di essere mio in quel modo strano e un pò ridicolo che non ammetterei mai non è come appartenermi è più un vago senso di condivisione che mi dà il saperti lì dove so che sei anzichè altrove e in ogni possibile luogo dove andrai e dove io non ci sarò per questo mi racconti le cose che farai quando uscirai da lì per questo ti racconto le cose che farò una volta uscita da qui e in questo modo fino alla prossima volta che sentiremo le nostre voci e sapremo per certo da dove provengono e dove siamo ci seguiamo con l'immaginazione in tutti i luoghi dove ci siamo detti che saremmo andati una volta usciti da lì e da qui ieri per esempio ti ho portato in libreria poi a mangiare un arancino e una pasta alla crema nella tavola calda siciliana vicino a piazza della repubblica poi di corsa al cinema e poi a casa camminando lentamente diciamo che non ti puoi lamentare della serata che ho passato e pensare che una volta non sopportavo quando mi dicevano -ti porto- e invece ora ti domando cos'è che farai uscito da lì come se ti chiedessi dov'è che mi porti oggi?
I'm not a miracle and you're not a saint.
odio le classifiche. le odio perchè non hanno senso e perchè sono incapace di fare una striminzita e frivola graduatoria di qualsiasi cosa mi venga richiesto un gradimento granitico e immutabile. il momento più bello di questa estate? mi chiedono. e io rispondo con quella parola là che odio almeno quanto le classifiche: dipende. dipende, dipende da che? mi fanno. dipende da quando me lo chiedono, da chi me lo chiede, dipende insomma da una cifra di cose, mutevoli, più o meno importanti, ma comunque talmente tante che pure su queste ci si potrebbe fare una classifica su. non c'è scampo alla classifica e nemmeno alla classifica della classifica. e allora siccome non mi va di fare quella che se la tira, rispondo. il momento più bello di questa estate, ora che sono le 21.49 del 9 settembre 2007, è questo: immaginate una notte di luna piena e un baobab enorme, ma grande grande grande. il cielo sereno che filtra in mezzo a quei rami che non sono capace di descrivere se non dicendo che guardandoli, quella notte, ho pensato che sembravano essere stati disegnati a china tanto assomigliavano ai tratti di un pennino leggero, esperto, ma pure impazzito e impaziente. un ombrello di rami attraverso il quale far filtrare il proprio sguardo incredulo. un albero minaccioso sulle prime, poi, superato lo stupore, spenta la piccola torcia che avevo con me, abituati gli occhi al buio e alle forme, eccolo diventare protettivo, complice. come un abbraccio che la sa lunga su di te, sulla vita tua e su quella di chiunque, santo o assassino, si è seduto lì sotto prima di te, chissà quanti anni fa. i baobab hanno una storia bellissima che spiega, attraverso una leggenda, la loro forma strana, il loro aspetto enigmatico e i poteri che gli si attribuiscono. alla storia del baobab, secondo me, si aggiungono le storie di tutti quelli che lo guardano. per questo è così forte la sensazione che si prova a stare lì sotto. a toccare il tronco. a incastrare il proprio sguardo nelle sue forme. milioni di piccole storie che rimangono lì appese ai rami, come i pipistrelli, che fortunatamente non ho visto, o come quei nidi strani checi penzolavano. la mia storia ora, oltre a essere qui con me, è appesa a quei rami. sole, pioggia, luna piena o notti di miliardi di stelle. una parte di me ormai è lì, per sempre.
il - 2 e il - 1 del conto alla rovescia che avevo imbandito me li risparmio volentieri. non ho pazienza, fantasia ed egocentrismo a sufficienza per le autocelebrazioni, ma in questa estate infinita, immensa, oceanica, in questa estate da misurare a migliglia di kilometri avverto il bisogno di un segnale, di una boa da poterci girare intorno per togliermi la soddisfazione di dirmi che sì, ho avuto fiato a sufficienza per nuotare fin qui. la sensazione che provo sono in grado di descriverla solo in modo estremamente banale e, come sempre, passibile di eventuali modifiche umorali e pre-mestruali che potrebbero farmi ritrattare miseramente tutto quello che vado a scrivere. una pagina nuova. bianca. vuota e disponibile ad essere segnata in qualsiasi modo io voglia farlo. voltare pagina si dice no? ecco. sì. l'abbiamo voltata questa paginona enorme, pesantissima e piena di una scrittura fitta, disordinata. satura di scarabocchi, patacche e correzioni al limite della legalità. qualcosa è cambiato, forse piccole cose secondo le unità di misura con le quali vedo che il resto della razza umana misura i propri progressi personali. quello che importa è che si comincia a scrivere tutto su una pagina meravigliosamente pulita, appunto. e la cosa che per prima ci scriverei su questa pagina qua sono i sogni, quelli ancora non realizzati, quelli tanto vicini che se allungo un tantino una mano mi pare quasi di toccarli, di sentirne il calore vivo e fertile e perchè no, pure i sogni che ancora devo fare. quei sogni che io, me stessa, me medesima, mi auguro di avere l'animo e l'ispirazione per fare. insomma, se non s'è capito, ho già parecchie cose da scriverci sulla pagina che ho davanti, ma per ora prendo tempo. mi gusto un pò la sensazione bellissima, il respiro più ampio che mi dà questo bianco pieno di premesse e di promesse. non so se dura. non lo so. ma è sempre così, non si sa mai niente eppure, si va avanti uguale.
e poi avrei anche deciso di cercare di smetterla di fare gli sbagli sbagliati.
per cominciare ho deciso di smetterla di credere ai mascara che promettono di allungare le ciglia, ai rossetti traslucidi e cromati che dovrebbero durare a lungo, ancora più a lungo, o addirittura gonfiare le labbra, agli shampoo e ai balsamo per capelli che garantiscono maggior volume alle proprie chiome lisce, tipo filo a piombo. in sintesi avrei l'intenzione di smettere di credere a tutto ciò che per parlare di sè, enfatizzare le proprie intenzioni o capacità, usi la parola più. non mi ci freghi. più.
se A. riuscirà a cambiare casa e prenderne in affitto un'altra poco più grande che ha adocchiato da tempo lascerà libero il monolocale nel quale attualmente vive con la morosa, allora E., a condizione che il contratto d'affitto della casa di A. rimanga invariato, prenderà il suo posto e andrà a viverci col fidanzato, lasciando libera la bella stanza dove vive ora e nella quale dovrei andare a vivere io. ne parlavamo poco fa, A. E. ed io, davanti a tre caffè d'orzo, di quanto faccia sorridere il fatto di ritrovarci improvvisamente legati l'uno alle esigenze e alle speranze dell'altro. domenica sera ho il "colloquio" con le probabili coinquiline.
qui il posto dove poter fumare più vicino alla mia stanza è una specie di piccolo balcone o meglio una sorta di ponte di passaggio dal pavimento a grata metallica che unisce due parti di questo stabile e fa un rumore di chitarra scordata quando ci passi su. affaccia su un tetto nero, liscio di catrame opaco. intorno muri gialli e mille finestre identiche e mute. il sole taglia a metà il palazzo di fronte e in alto c'è uno spicchio triangolare di cielo. i colori nero giallo azzurro si incastrano in una perfezione cubista o naif a seconda del tempo e del mio umore. le cicche che spengo rimangono nella grata. comunque il pezzo forte sono i piccioni che si rincorrono sui cornicioni.
come faccia la tua assenza ad essere così presente e puntuale non lo so. è un'ospite silenziosa ma inopportuna. non trovo le parole per mandarla via quando voglio restare sola. le parole che dicano vai via ma anche ritorna più tardi. domani magari. mi addormento con la sensazione di essere coperta, avvolta dal tuo sguardo. in un sospiro che mi svuota. in compagnia di immagini e pensieri grandi, che pesano d'aria. sulla scia delle righe di un libro tanto bello da fare quasi male. per questo devo leggerlo piano, a piccoli sorsi di frasi che mi scorrono dentro con la tua voce. sogno gatti. cani. piccoli, appena nati. alle 4 mi sveglia il cellulare rimasto acceso accanto al cuscino. un sms del mio amico g.. apro e chiudo gli occhi pesanti ad ogni parola che leggo sul display che mi acceca di luce fredda. è in america per un lungo, infinito giro in automobile lungo la costa. dice ora tu starai dormendo io invece sono qui e qui e qui, mai fermo, a fare questo e quello. sono stesa in diagonale sul letto. scomposta in una posa di braccia e gambe impigliate nelle lenzuola. sono un pesce nella rete del letto. mi riaddormento col cellulare in mano pensando a g. che guida, occhiali da sole e birkenstock d'ordinanza.
poco fa
lei
ha pensato
che in questo fluire
lento e costante
l'uno verso l'altra
in questa corrente calda
che si irradia dal basso
scioglie ogni resistenza
rallenta il battito
impasta i pensieri
fa denso il respiro
molli le gambe
leggere e sapienti le dita
in tutto questo
e in altro ancora
sapete
lei
ha pensato che
di certo
ci sarà un momento preciso
la concessione
di un secondo dilatato
immobile e paziente
in cui potrà salvarsi
e scegliere
se crederci davvero
oppure no.
forse è il caso
che qualcuno
le dica
che non è così.
ma ancora proteggi la grazia del mio cuore adesso e per quando tornerà l'incanto
le tre. mi stendo sul letto e mi addormento coi capelli ancora bagnati dalla doccia. finalmente pulita, su lenzuola pulite. intorno, il caldo, la mia stanza, le cose di sempre più il disordine di un ritorno lunghissimo e complicato. un bagaglio da disfare, cicli di bucato e biancheria da disinfestare e nostalgie da tenere a bada. mi sveglio ora, con gli occhi semichiusi e confusi dal sonno passo i primi secondi al buio, a guardarmi intorno nel tentativo, lentissimo, di passare in rassegna le forme, decifrare i mobili e le sensazioni più immediate prima di capire di essere a casa. casa è un concetto relativo. almeno per ora. ora che è notte e che trovarmi qui mi fa sentire lontana, lontanissima, invece che giunta a destinazione. ora che dovrei dormire invece di stare davanti alla luce bianca di questo monitor a scrivere di doverlo fare. dici che sono come un elastico. che ho ancora tanti mattoni per costruire il mio muro. vorrei che mi vedessi ora. ma quale elastico? quali muri? completamente scoperta. come uno spago. come un campo incolto, infinito. a perdita d'occhio. senza perimetri a segnarne la proprietà e a rassicurare questo cuore scardinato e carico di tesori che ho riportato a casa, nel suo letto. persa, tra tutto ciò che dovrebbe essermi familiare. fumo, leggo, riprovo ad addormentarmi.
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