queste parole, neanche di carta e inchiostro. neanche di fiato e d'aria. di cosa sono fatte queste parole che ci scambiamo? questo sciamare instancabile di codice binario. da me a te, da te all'altro, di nuovo a me poi a tutti, per conoscenza. senza peso. senza gravità. eppure a volte capita di dover dire o chiedere cose, le più disparate, amore amicizia lavoro e, per la delicatezza dell'oggetto o per la suscettibilità del destinatario, tornare a percepire la sostanza di ogni frase. capita insomma che quelle parole ci metti un pò a metterle in fila, le rileggi più volte per essere certa che dicano proprio quello che ti hanno promesso di dire quando hai scelto loro e non altre. capita pure questo, che tutto torna ad avere un peso e una potenzialità. da invocare o da scongiurare. dipende. capita insomma che mentre si clicca sul tasto invia ci si senta come se si stesse sganciando una bomba atomica. bum.
potresti essere il mio umore. no. non ho sbagliato vocale. potresti essere il mio condizionale. presente. se non hai da fare. potresti essere indispensabile. semplice. come acqua da bere. cibo da mangiare. potresti essere un lusso domenicale. le lasagne riuscite bene. le paste. cioccolato. panna. zabaione. potresti essere come il vino migliore. prezioso. raro. da non far invecchiare. da bere piano. nell'occasione speciale che se non c'è me la posso inventare. potresti svegliarmi. lasciarmi addormentare. difendermi dai grilli. portarmi le cicale. potresti essere la musica da ascoltare. un sottofondo di miele. un meraviglioso rumore. potresti toccarmi sempre. senza chiedermi se lo puoi fare. potresti. soprattutto. per favore. fare. il possibile. per evitare. di farmi. del male.
la mia idea romantica di alcune cose del mondo, non completamente formata (o distorta) dall'esperienza diretta, da qualche tempo a questa parte è entrata in contatto con la realtà. se alcuni aspetti del vivere ho imparato, mio malgrado, a conoscerli presto (troppo presto?), verso altri, forse per compensazione, ho conservato una sorta di ingenuità vaga che a suon di belle parole si opponeva al cinismo spicciolo da bar. non so dire se sia, o sia stato, un bene o un male. è stato così, punto. oggi come oggi però, mi spaventa quel sottile gusto amaro che si è aggiunto al sapore delle cose. mi domando se sia obbligatorio mandarlo giù, se sia scontato, quasi fisiologico, se vada cioè, di pari passo con l'età e l'esperienza. partecipo alla prima vera riunione sindacale della mia vita. anche dei sindacati, per dire, avevo un'idea parecchio romantica che però non sto qui a raccontare. me ne sto seduta in fondo in fondo a quella sala enorme. ascolto, osservo. frasi sensate e cazzate micidiali. facce di gente viva, partecipe, ma anche un discreto assortimento di facce da cazzo. e penso. penso, al mio lavoro, alla mia vita, e mi pare tutto un gran casino. ma che c'entra il sindacato con la vita tua? c'entra. tutto c'entra con la vita mia. ecco, io mi farei trasportare dal desiderio di pensare in grande, di guardare un pò più in là di certi perimetri personali che vedo difendere con tanto ardore e alzate di mano, ma per oggi sto zitta, che se parlo mi linciano. in questa giungla di compromessi e piccole meschinità mi ricordo di quando, in due, s'era deciso che esistono compromessi ai quali è possibile salire, anzichè scendere. ma erano discorsi d'amore, e l'amore, per quanti sforzi uno faccia, non sempre c'entra, purtoppo. lo so, lo so, i cosiddetti ideali vanno portati di fronte alla realtà. espressi. opposti. confrontati. tuttavia per oggi, col permesso dei qui presenti compagni, colleghi o come diamine amiate che vi si chiami, i miei ideali cosiddetti mi limiterei a difenderli e a riportarli sani e salvi a casa.
cioè a me mi sembra proprio impossibile che ieri cicale cicale cicale e oggi invece no.
di che colore te li ha fatti poi i colpi di sole? chiedo alla mia amica riccia. allora, comincia lei, voleva farmeli color cioccolato, oppure poco più chiari color caramello, poi siamo arrivati a un compromesso: color espresso conclude agitando le chiome per farmi apprezzare il risultato. ma che ti sei fatta il colore? mi chiedono ogni tanto altre femmine. mmmsì, rispondo io vaga, perchè non mi ricordo più cos'è che ci ho fatto a 'sti capelli. beeeello, ma che colore è? marron glacè rispondo ridacchiando, e quelle mi guardano tra il perplesso e l'affascinato. eppure sulla confezione che ho comprato al supermercato c'era scritto proprio così: marron glacè. che poi sarebbe una tonalità di castano scuro anzi medio, che vira al rosso ma non proprio rosso rosso rosso, no, un rosso tranquillo, caldo, intenso ma non troppo, un rosso ramato via, che a dire il vero assomiglia parecchio al biondo scuro...insomma marron glacè, tiè. ma che è colpa mia se adesso i colori dei capelli, o meglio delle tinte, hanno nomi così? cioccolato, mirtillo, prugna, caffè, nocciola, miele e via dicendo. ecco, a me poco fa, m'è preso uno di quei momenti in cui senti di voler fare qualcosa, ma non sai che cosa. ma sì, quei momenti in cui senti di dover assolutamente cambiare qualcosa della tua vita, ma non sai che cosa. e allora che fai? te la prendi coi capelli. infatti, stavo appunto pensando a cosa potrei combinarmi in testa, quando, indecisa tra un colore e l'altro, improvvisamente m'è venuta questa inspiegabile voglia di gelato. cioè, quando uno dice la coerenza no?
le coriste.
le adoro.
vorrei stare là in mezzo,
vestita come loro,
a ballare proprio così
destra-sinistra-destra-sinistra
e a cantare tuttutturu tuttutturu
p.s. comunque bob marley in playback nun se pò vedè.
infatte l'oroscope me l'aveve dette che mi aspettave un periode del kaizen.
"...nelle prossime settimane ti consiglio di adottare un misto di questi due atteggiamenti: il kaizen che incontra il brainstorming infinito"
due palle.
Jack Hirschman - Sentiero
Vai al tuo cuore infranto.
Se pensi di non averne uno, procuratelo.
Per procurartelo, sii sincero.
Impara la sincerità di intenti lasciando
entrare la vita, perché non puoi, davvero,
fare altrimenti.
Anche mentre cerchi di scappare, lascia che ti prenda
e ti laceri
come una lettera spedita
come una sentenza all’interno
che hai aspettato per tutta la vita
anche se non hai commesso nulla.
Lascia che ti spedisca.
Lascia che ti infranga, cuore.
L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza.
L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli.
Vedi i cancelli che si aprono.
Senti le tue mani sui tuoi fianchi,
la tua bocca che si apre come un utero
dando alla vita la tua voce per la prima volta.
Vai cantando volteggiando nella gloria
di essere estaticamente semplice.
Scrivi la poesia.
nelle seriose navate e nei lunghi corridoi della facoltà di prrrrrrrrrrrr dell'università degli studi di Roma prrrr prrrrrrrrrrrrrrrrrrr l'ultima volta che ci ho messo piede è stato per via di una festa organizzata in occasione di non mi ricordo più cosa. bella festa quella, non c'è che dire. stamattina invece, sono andata lì pensando di partecipare a una prova preselettiva per un concorso bandito per UN solo posto e dico UNO, per cortesia qualcuno mi aiuti a dire UN POSTO. per la precisione UN posto di prrrrrrrrrrrrrrrrrr nella facoltà di prrrrrrrrrrrr. Tuttavia, quando ho aperto la busta e ho letto le domande ho capito che non era una prova preselettiva, no no. era una partita a trivial pursuit. per giunta, una partita di quelle in cui ti capitano tutte le domande più stronze, ossia le nozioni il cui insieme andrebbe a formare quella che comunemente viene chiamata cultura generale, ma che a casa mia si chiama in un altro modo che non vi sto a dire. per capirci, cito pedissequamente una domanda del test : "quale delle isole indicate possiede maggior numeri di giacimenti di ferro? pantelleria, sicilia o isola d'elba?" insomma, da quel che mi ricordo del test di stamattina (ho già rimosso tutto) passando per Giolitti e Manzoni, per la costituzione italiana e una raffica di sinonimi, contrari, superlativi e via dicendo, si è trattato di rispondere più o meno a domande del tenore di questa sui giacimenti di ferro. io, piena di buona volontà, siccome delle risorse minerarie italiche me ne intendo poco, ho provato a fare i ragionamenti che fanno nei quiz di Gerry Scotti, quelli in cui il concorrente pure se gli domandano "che te sei magnato ieri sera?" si mette lì e esamina tutti i pro e i contro di ogni possibile risposta. mi vergogno a dirlo ma, per rispondere a questa domanda dei giacimenti, sono arrivata a riesumare i miei antichi ricordi di una vacanza in campeggio all'isola d'elba per ricordarmi se, per puro caso, nei miei vagabondaggi da adolescente avessi notato qualche cosa che assomigliasse che ne so, a una miniera di ferro. sempre ammesso che il ferro lo si estragga dalle miniere piuttosto che, per dire, raccoglierlo a neanche mezzo metro sotto terra un pò come le patate. lo stesso ho fatto per la sicilia. per pantelleria no, visto che non ci sono mai stata. che tristessa la cultura generale.

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La cabina telefonica - Raymond Carver
La donna s'accascia nella cabina, singhiozzando
al telefono. Chiede un paio di cose
e singhiozza ancora più forte.
Il suo compagno, un anziano tutto
in jeans, sta lì vicino in attesa
che tocchi a lui parlare, e piangere.
Lei gli porge la cornetta.
Per un attimo restano insieme dentro
la minuscola cabina, mescolando
le loro lacrime. Poi
lei va ad appoggiarsi al parafango
della loro berlina. E ascolta
mentre lui prende accordi.
Osservo tutto questo dalla mia macchina.
Neanch'io ho il telefono in casa.
Resto seduto al volante
e fumo, in attesa di prendere
anch'io accordi. Ben presto
lui riaggancia. Esce e si asciuga il volto.
Salgono in macchina e restano
dentro con i finestrini chiusi.
I vetri s'appannano sempre più
mentre lei g1i si appoggia e lui
le cinge le spalle con un braccio.
I gesti meccanici di conforto in quell'angusto luogo pubblico.
Vado con le mie monetine
verso la cabina e m'infilo dentro.
Però lascio la porta aperta, perché
si sta così stretti qui. La cornetta e ancora calda.
Non mi piace per niente usare un telefono
che ha appena portato notizie di morte.
Ma non ho scelta, perché è l'unico telefono
nel raggio di miglia e sa ascoltare
senza schierarsi da nessuna parte.
Inserisco le monete e aspetto.
Anche quei due nell'auto restano in attesa.
Lui accende il motore ma poi lo spegne.
Da che parte andare? Nessuno di noi
è in grado di dirlo. Non sapendo
dove cadrà il prossimo colpo,
ne perché. Gli squilli all'altro capo
cessano quando lei alza la cornetta.
Prima che io possa dire due parole, il telefono
si mette a gridare: “T'ho detto che è tutto finito!
Finito! Puoi anche andare
all'inferno, per quanto mi riguarda!”
Abbasso la cornetta e mi passo una mano
sulla faccia. Chiudo e riapro la porta.
I due nella berlina tirano
giù i finestrini e mi guardano,
le loro lacrime bloccate per un attimo
di fronte a questa distrazione.
Poi ritirano su i finestrini
e restano seduti dietro ai vetri. Per un po'
non andiamo da nessuna parte.
Ma poi andiamo.
dice gli anni 80 di qua e gli anni 80 di là. tutto questo parlare degli anni 80. forse solo a guardarli da qui, da ora, ci si riesce a raccapezzare negli anni 80. come sempre, col passare degli anni si rielaborano i fatti, la storia, gli usi e i costumi dei decenni passati e spesso ci si assolve o quanto meno si trovano giustificazioni convincenti per le brutture perpetrate in ognuno di questi ambiti. questa fissa per gli 80 non mi appartiene molto, d'altra parte nel 1980 andavo all'asilo e il mio problema principale era che avevo una maestra stronza la quale nella vita avrebbe potuto fare di tutto tranne che la maestra d'asilo. negli anni 80 ero una bambina insomma, secca e timida. mi davano le vitamine e il ferro perchè ero anemica e inappetente. i vestiti me li comprava mia mamma alla upim, ma la maggior parte me li passava una cugina di qualche anno più grande di me. siccome a questa mia cugina la vestivano un pò da deficente, pure io di conseguenza, andavo in giro vestiva da deficente (per di più una deficente in ritardo di qualche stagione rispetto alla moda). mio fratello invece, negli anni 80, era poco più che adolescente ma soprattutto era un punk. ricordo i suoi modi, i suoi umori, i vestiti, le borchie e le strane copertine dei vinile che m'incantavano quando in sua assenza ispezionavo la sua stanza. gli amici di mio fratello erano quasi tutti punk pure loro. il mio preferito era f. il quale veniva spesso a casa nostra a mangiare. f. era magro allampanato, con la faccia da delinquente e con una cresta di capelli sparata per aria e tutto il resto della testa rapata a zero. io lo guardavo e pensavo ma questo qua com'è che farà a dormire la notte se non può mettere la testa sul cuscino? una volta mi ricordo che dopo aver mangiato a casa mia, f. mise i piatti a mollo nel lavello e li lavò. rimasi folgorata da quest'immagine di un punk che lavava i piatti nella mia cucina. per dire che infanzia c'ho avuto io. mio fratello non è che mi si filasse più di tanto a me, però ogni tanto mi portava in giro in motorino. facciamo un giretto diceva, e io ero talmente contenta che il cuore mi batteva forte. aveva un ciao sgangherato, io ci salivo e mi mettevo seduta davanti a lui. reggiti forte eh mi diceva lui, io facevo sì con la testa e poi via. andavamo un pò in giro nel quartiere, zigzagando per i vicoli o per quelle strade con le curve larghe, dolci, in discesa che e a me mi sembrava di volare. poi immancabilmente mi portava in un bar che era il punto di ritrovo dei suoi amici. stavano tutti lì, come se si fossero dati appuntamento. noi arrivavamo col motorino e io mi sentivo in imbarazzo da morire perchè si mettevano a farmi un sacco di moine e a vezzeggiarmi peggio delle signore che incontravo quando accompagnavo mia mamma a fare la spesa. adesso, ogni tanto li incontro per strada, i sopravvissuti. quelli che non ci sono rimasti sotto. alcuni hanno figli, mogli o ex mogli, mutui. alcuni tutte queste cose insieme. il sorriso è lo stesso. gli occhi pure. mi chiedono se mi ricordo di loro e io rispondo sempre di sì. di tutti loro mi ricordo. mi dicono, mamma mia quanto sei cresciuta e arrossiscono come se io fossi l'unica testimone rimasta degli errori commessi lungo la loro giovinezza bruciacchiata, in quel tempo strano che tutti, anche loro stessi, hanno preferito dimenticare.
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Studying Stones - Ani Difranco
i am out here studying stones
trying to learn to be less alive
using all of my will
to keep very still
still even on the inside
i've cut all of the pertinent wires
so my eyes can't make that connection
i am holding my breath
i am feigning my death
when i'm looking in your direction
'course numb is an old hat
old as my oldest memories
see that one's my mother
and that one's my father
and that one in the hat, that's me
it's a skill i'd hoped to abandon
when i got out on the open road
but any more pent up emotion
and i think i'm gonna explode
there's never been an endeavor so strange
as trying to slow the blood in my veins
to keep my face blank
as a stone that just sank
until not a ripple remains
i am high above the tree line
sitting cross legged on the ground
when all of the forbidden fruit has fallen and rotted
that's when i'm gonna come down
'course numb is an old hat
old as my oldest memories
see that one's my mother
and that one's my father
and that one in the hat, that's me
it's a skill i'd hoped to abandon
when i got out on the open road
but any more pent up emotion
and i think i'm gonna explode
tipo che oggi non c'è il sole. o meglio, c'è, poi se ne va e poi ritorna. tipo che io ho le scarpe mezze aperte e i piedi nudi, invece poi magari piove e di sicuro ci sarà qualcuno che l'aveva detto, che avrebbe piovuto. c'è sempre qualcuno che l'aveva detto. tipo che fino a qualche giorno fa dicevano è arrivata l'estate e oggi invece dicono che è tornato l'autunno. tipo che pure io alla fine parlo del tempo, ma lo faccio pigramente e senza convinzione, la dimostrazione è che oggi non era mica giorno da scarpe mezze aperte e piedi nudi. è che io a volte la mattina, prima di vestirmi, nel tempo che vedo fuori dalla finestra ci specchio gli stati d'animo. allora queste scarpe qui, così inappropriate, ci stanno tutte, perchè non c'entrano niente con le minacce di pioggia, ma soprattutto perchè se pioverà mi sentirò una gran cogliona. che se non s'è capito parlo delle scarpe per non parlare spudoratamente degli affari miei. apparentemente si va avanti così, a correre dietro alle stagioni, a ricamarci sopra una sorta di saggezza distaccata o un coinvolgimento vago, umorale. così si va avanti, a invocare acqua o sole, recitando luoghi comuni sul tempo e sul mondo per avere la sensazione, ogni tanto, di vivere tutti sullo stesso pianeta.

così, per dovere di cronaca, mi sento di fare delle precisazioni, o meglio, fornire degli aggiornamenti in merito a due argomenti affrontati in precedenza e cioè:
il capo nuovo, quella con le puppe, vale a dire la capa dotata di palle che ha rimpiazzato il capo senza,
e il topo tano, paceallanimasua, ovvero la topa tano o il topo tana che dir si voglia.
ebbene sì, tano, il topo dell'amica mia emigrata a torino (a lei piace quando la chiamo emigrata), era un topo femmina. cioè una topa di razza siberiana per essere proprio precisi precisi. dell'equivoco la mia amica se n'è accorta, o ne è stata informata (non ho ben capito i sordidi dettagli della storia), nel momento in cui si è recata nel negozio di animali per acquistare un topo nuovo e colmare il vuoto lasciato dalla dipartita di tano. insomma, la mia amica mi telefona per dirmi a) ho comprato un nuovo topo e specificando, in maniera sospetta, maschio. b) tano era femmina. adesso non ricordo proprio quale nome, lei e il moroso, abbiano dato al topo nuovo, comunque a quanto pare a differenza del suo compianto predecessore, questo qui puzza e morde. mi confessa pure, sempre l'amica mia al telefono, che se tornasse indietro non lo comprerebbe più questo topo qua. io le ho detto che le sta proprio bene, aveva pensato di poter sostituire il compagno tano con così tanta facilità, e mo' si tenga il topo puzzolente e infame (e maschio, vetero femminismo del lunedì). veniamo ora alla storia della capa. quando scrissi del suo avvento volto a rimpiazzare il capo andato in pensione sapevo assai poco di lei. sapevo delle puppe grosse e degli attributi (palle) che le venivano, per l'appunto, attribuiti in virtù della sua grinta e di altre miracolose qualità professionali. ecco. diciamo che la storia delle puppe è vera ed è sotto gli occhi di tutti visto che lei non manca occasione di presentarle incorniciate in qualche grandiosa scollatura. però, insomma, 'sto capo nuovo, si è rivelato una gran fregatura. perchè, le puppe saranno pure vere, ma tutto il resto, le palle, la grinta eccetera eccetera è finto.
dice che c'era l'onorevole prrrrrrrrrr con la moglie. dice che la moglie dell'onorevole prrrrrrrrrr vista dal vivo è proprio una bella signora. poi c'era pure l'ex ministro prrrrrrrrrrrrrrrrr ora sindaco di prrrrrrrrr che teneva per mano la nipotina (o una bambina affittata per l'occasione?). poi c'erano pure prrrrrrrrrr e prrrrrrrrrrrr che, dice, sembrano proprio gente alla mano, persone come noi (parla pe' te). poi c'era il ministro prrrrrrrrrrrrrrrrrrr e vicino a lui prrrrrrrrr e prrrrrrrrrrr. ah, si illumina tutta, c'era pure "lui", prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr. dice, abbassando il tono come se rivelasse un segreto terribile, comunque c'ha i capelli tinti. insomma dice un sacco di altre cose e alla fine non puoi capire i gggggiovani, mi fa, c'erano tantissimi ggggiovani. dice che regalavano i cappelletti e gli ombrelli con su scritto "più famiglia" o qualcosa del genere. dice infatti che era proprio il giorno della famiglia. invece io, per fortuna, stavo a casa da sola.
Le cicale suonano il loro concerto senza tregua in questo pomeriggio di attesa e caldo torrido. Nemmeno l’ombra verde che filtra dal pergolato di vite americana davanti casa sembra offrire sollievo al vecchio Oreste che siede immobile, con la camicia a mezze maniche aperta sul grande stomaco, e aspetta. Aspetta di sapere se quest’anno toccherà a lui, anziché a don Mariano, la grazia di produrre il vino più buono del circondario.
Michele ancora non torna, i gatti cercano il fresco sdraiandosi sul marmo che lastrica il patio, le donne in cucina portano avanti i mestieri producendo rumori leggeri, trattenuti.
Intorno a don Oreste, la vita di quel piccolo universo solitamente così vivace è rallentata, in una riverente complicità con l’attesa snervante del vecchio il quale, con gli occhi fissi al cancello, immagina di vedere arrivare Michele con un sorriso di vittoria stampato in faccia.
E’ fuori da stamattina, quel maledetto ragazzo. Si sarà perso, oppure peggio, l’avranno beccato mentre gironzolava tra i vitigni come un imbecille. Accidenti a me e a quando gli ho chiesto di andare al posto mio...ma ormai sono vecchio, non ho più la forza per fare certe cose.
In quel momento Oreste socchiude gli occhi, un torpore rende pesanti le palpebre e i pensieri. Sta quasi cedendo alla tentazione di dimenticare l’attesa e concedersi al sonno, quando il cigolio del cancello d’ingresso lo riporta alla realtà.
I cani abbaiano senza rabbia, riconoscono Michele che fa il suo ingresso e subito si affretta a raggiungere l’ombra sotto la quale Oreste lo aspetta da stamattina.
“Eccomi don Ore’!” pronuncia tutto d’un fiato Michele, trafelato e con il viso congestionato dal caldo.
“Allora?” chiede Oreste senza guardarlo.
“Allora...fatto tutto” risponde Michele. La camicia sudata che aderisce al torace e il fiato grosso tradiscono la corsa sotto il sole impietoso di questa fine d’agosto infuocata.
Il ragazzo se ne sta lì davanti a Oreste, ossequioso, con le mani dietro la schiena.
“E bravo stronzo, t’hanno beccato eh?”
“No no. Sono passato per il fosso, come m’aveva detto lei.”
“Bravo bravo. E i cani?”
“Quali cani?”
“I cani. Dice che quel fetente di don Mariano ha messo i cani a guardia del vigneto, per paura che gli rubassero l’uva”
“Non c’erano cani. Nessuno c’era.” si affretta a puntualizzare Michele mentre da una tasca estrae un grappolo d’uva.
Lo tiene con entrambe le mani come se fosse un oggetto fragile e prezioso.
“Com’è?” chiede il vecchio Oreste.
“eh, com’è...” tira lungo Michele.
“beh, l’avrai assaggiata no?”
“sì....”
“e allora?”
“allora...è buona don Oreste. buona.”
“meglio di quella dell’anno scorso? meglio della nostra?” lo incalza il vecchio.
Michele non risponde, abbassa la testa per schivare lo sguardo che si sente puntato addosso.
“Vattene!”
“Don Oreste...”
“Vai via!”
“Ma forse...”
“Michele, tornatene a casa! Lasciala lì sul tavolo e vattene!”
Michele depone con delicatezza l’uva sul tavolo di formica poco distante dal braccio del vecchio, si volta di spalle e lentamente, biascicando deboli giustificazioni, se ne va seguito dai cani che gli scodinzolano dietro ignari di tutto.
Oreste tira un lungo sospiro, l’ansia si è allentata, ma al suo posto un complesso intrico di sentimenti gli opprime il petto.
Si alza e coi passi pesanti si dirige verso la cucina, scansa la tenda con un gesto brusco della mano, le donne al suo ingresso interrompono le faccende e lo guardano intimorite.
Oreste non le degna di uno sguardo, con imponenza si avvicina alla credenza, la apre e ne estrae dell’uva identica a quella portata da Michele, torna fuori e si abbandona pesantemente alla sedia.
Appoggia i due grappoli l’uno accanto all’altro e li osserva.
Dopo un pò stacca un acino da quello che ha portato dalla cucina, ne tasta la consistenza strizzandolo con delicatezza tra il pollice e l’indice, poi lo infila in bocca e lo mastica socchiudendo gli occhi.
Passa qualche lungo istante e poi fa lo stesso con un acino prelevato dal grappolo rubato da Michele; lo osserva in controluce, il colore è caldo e vivo, come se il sole che lo ha nutrito fosse ancora lì dentro a completare il suo lavoro.
Porta l’acino alle labbra e trattenendo il respiro lo infila in bocca. Quasi non riesce a masticarlo tanto forte è la rabbia che prova verso don Mariano e la sua fortuna sfacciata, poi fa uno sforzo e i denti rompono la buccia dell’acino.
Ha proprio la consistenza che dovrebbe avere, pensa don Oreste che quasi vorrebbe poter diffidare delle proprie sapienti valutazioni.
Il sapore è zuccherino, carico di promettenti sfumature che portano con loro tutto il buono di quella terra così ingrata verso di lui. Oreste lo sa, l’uva di don Mariano anche stavolta produrrà il vino migliore da vent’anni a questa parte.
Sente partire dallo stomaco una rabbia cieca che gli infuoca il volto e gli toglie il respiro.
“Maledetto” urla Oreste e picchia forte col pugno sul tavolo.
Il viso di una donna fa capolino dalla tenda appesa sulla porta della cucina.
“Che vuoi?” urla il vecchio.
“Don Oreste” balbetta confusa “non avete mangiato niente da stamattina...vi preparo qualcosa?”
“No.” risponde Oreste mantenendo invariato il volume della voce e il tono rabbioso “Portami del vino piuttosto.”
“Del vino? Ma siete a stomaco vuoto...il vino vi fa male...il dottore ha detto...”
“Cosa me ne frega a me del dottore!” la interrompe Oreste con la voce spezzata dalla rabbia, "Fa come t’ho detto...portami una bottiglia di quelle che stanno sotto l’acquaio, quelle della vendemmia di due anni fa....devo togliermi questo sapore dimmerda dalla bocca”.
“Va bene” risponde la donna, il viso scompare dalla porta, e dalla cucina si sentono uno scalpiccio di passi frettolosi e un brusio concitato.
Oreste recupera la calma, ma quel peso opprimente è ancora lì sul cuore e sembra non voglia andarsene via.
La donna riappare, una bottiglia in una mano e un bicchiere nell’altra, che appoggia bruscamente sul tavolo.
“Ecco don Oreste. Questo è il vino che avete chiesto”, poi scompare di nuovo nella penombra della cucina, senza aggiungere altro, ma pestando sui piedi.
Il vecchio Oreste avvicina a sè la bottiglia con tenerezza, la tiene fra le mani per qualche istante, poi la stappa e se ne versa un bicchiere colmo fino all’orlo
Affanculo pure il dottore pensa, poi solleva in alto il bicchiere come in un brindisi.
La luce dona un riflesso caldo e ambrato al vino. Sembra miele, pensa il vecchio Oreste poi, pronto a farsi consolare, avvicina il bicchiere alle labbra e ne beve con avidità tutto il contenuto. Deglutisce con gli occhi chiusi e resta in attesa di qualcosa.

la famosa radiosveglia da me recentemente acquistata è finalmente sintonizzata su una anonima stazione radio che la mattina passa musica decente. vale a dire che il rischio di un altro funesto risveglio ad opera dei pooh dovrebbe essere stato eliminato. stamattina però a interrompere il mio sonno ci ha pensato la sigla di happy days. sunday monday happy days tuesday wednesday happy days thursday friday happy days cantava giuliva la radiosveglia ed erano le ore 6.45. io, che di solito continuo a rimanere a letto per almeno due o tre canzoni, stavolta sono schizzata fuori dalle lenzuola senza indugio. cioè, non sono una di quelle che alla mattina gli gira male e ce l'ha col mondo intero, anzi. sono disposta alla chiacchiera e al sorriso, mi piace fare colazione, se in compagnia meglio ancora. tuttavia svegliarmi con questo inno all'ottimismo tutto ammmericano è troppo pure per me. insomma, spengo la radiosveglia e comincio questa mia modesta giornata sentendomi l'antitesi di fonzie, ossia: trascinando i piedi, abbigliata di un pigiama che consiste in una maglietta scolorita sulla quale è stampata la copertina di a momentary lapse of reason dei pink floyd e in un paio di pantaloni assurdi che mi ha portato mia sorella da capo verde e che qualche domenica fa ho visto addosso a un senegalese che vendeva borse tarocche sulla spiaggia di pratica di mare. in bagno, sopra l'armadietto, c'è un'altra radio. la ascolto ogni mattina mentre faccio la doccia. ero appunto sotto la doccia quando ho sentito partire, inconfondibili, le prime note di like a stone degli audioslave. like a stone me la cantava sempre f. al circo massimo, quando insieme agli altri andavamo a passare le serate a strimpellare, parlare e a stappare bottiglie di ottimo vino preventivamente acquistato in quel posto a via torino. dunque, a via torino c'è questo bar/enoteca che rimane aperto tutta la notte e per di più ha un rispettabilissimo repertorio di vini, disposti su degli scaffali altissimi e divisi in base alle regioni d'italia. che se bevemo stavolta? mah, bevemose la puglia va'. e vai col primitivo. la sicilia di solito la evitavamo perchè p. ci aveva l'ex ragazza siciliana (ma soprattutto stronza) e gli prendeva male pensare alla sicilia e all'ex ragazza (ma soprattutto a quanto fosse stronza). in queste serate al circo massimo, oltre che per ragioni affettive, la mia presenza era fondamentale per due motivi. 1) portavo il cavatappi. 2) portavo il mio famoso telo indiano enorme dove tutti potevano stravaccarsi e gozzovigliare.
dicevo, like a stone me la cantava f. al circo massimo. io gli chiedevo me la canti quella che lui aspetta come una pietra? lui capiva al volo e cominciava a cantare. io stavo lì, pensavo alle mie cose. cose che chi non ha mai aspettato come una pietra non può capire. insomma, la radio del bagno stamattina cantava, e io pure sotto la doccia cantavo. però il volume della radio era troppo basso e però io ero già coperta di sapone e però il volume era davvero troppo basso e io, tra un però e l'altro mi dicevo che faccio esco da sotto la doccia e lo vado ad alzare o no? lo faccio o non lo faccio? alla fine l'ho fatto. cioè, ho alzato il volume, ho pure allagato disastrosamente il bagno e sono tornata sotto la doccia a cantare a gola spiegata.
on a cobweb afternoon
in a room full of emptiness
by a freeway i confess
i was lost in the pages
of a book full of death
reading how we'll die alone
and if we're good we'll lay to rest
anywhere we want to go
in your house i long to be
room by room patiently
i'll wait for you there
like a stone i'll wait for you there
alone
on my deathbed i will pray
to the gods and the angels
like a pagan to anyone
who will take me to heaven
to a place i call
i was there so long ago
the sky was bruised
the wine was bled
and there you led me on
in your house i long to be
room by room patiently
i'll wait for you there
like a stone i'll wait for you there
alone
and on i read
until the day was gone
and i sat in regret
of all the things i've done
for all that i've blessed
and all that i've wronged
in dreams until my death
i will wander on
a me mi sa che mi tocca fare un passo indietro. ci sto pensando da un pò, da qualche giorno. non so bene cosa significhi, o meglio, non lo saprei spiegare senza raccontare per filo e per segno gli affari miei che veramente non mi sembra il caso. ancora meno, infatti, so quale sia il motivo per cui, questa storia del passo indietro, io la venga a scrivere qui. forse perchè ho bisogno di comunicarmelo ufficialmente, così anzichè appiccicarmi un post-it in fronte, vengo a lasciare un promemoria qui. ricordati di fare un passo indietro. ecco. per motivare questa mia intenzione, mi vengono in mente solo stupide metafore. il fatto è che a me questa strada che ho preso ultimamente, non mi convince più tanto. a dirla tutta neanche mi ricordo dov'è che ci tenevo tanto ad andare quando l'ho scelta, questa strada qua. e per chiudere col repertorio delle metafore aggiungo che questa (finta) quiete mi sta procurando più danni della tempesta che l'ha preceduta, porca di quella paletta. allora, io non lo so se si può fare, se è giusto o sbagliato, ancora meno so in che modo potrei farlo, però ho come l'impressione che farei bene a retrocedere di qualche piccolissimo passo indietro. magari riesco a ritrovare il punto in cui c'erano altre strade alternative da scegliere, o magari capisco che va bene così e vado avanti. che io adesso non vorrei fare i discorsi complicati, nè tanto meno le lagne, per carità, però ho come l'impressione che mi scappano sempre i momenti buoni per scegliere a me. che quando devo scegliere io, succedono sempre un fracasso di cose più importanti e a me mi tocca invece pensare ad altro invece che alla mia propria e irripetibile e stramaledetta vita. e allora mi faccio tanta di quell'autocritica e mi dico -non sarà mica che queste sono tutte scuse? com'è che gli altri sono tanto bravi a scegliere la strada giusta e camminano senza rompere tanto le balle e tu invece stai sempre a sviolinare sui tuoi turbamenti? eh, come mai?-che io quando mi ci metto a farmi l'autocritica ci dò giù pesante mica no. poi però faccio l'autocritica all'autocritica e mi accorgo che ho ragione. io.
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