devo chiedere in giro se 'sta cosa di sognarmi la musica capita solo a me. per dire, la scorsa notte ho sognato stefano bollani che suonava il piano. suonava solo per me che almeno nei sogni un pò di megalomania ed egocentrismo me li concedo. era uno di quei sogni che cominciano senza tanti preamboli, semplicemente e inspiegabilmente, mi trovavo sola in un luogo indefinito, nella semioscurità, seduta su una sedia, davanti a un tavolino rotondo, come se aspettassi qualcuno o qualcosa. un amico? un negroni? macchè, arriva stefano bollani, si siede davanti a un pianoforte che guarda caso è comparso in quel mentre nella spartana scenografia del mio sogno e inizia a suonare. una meraviglia. sentivo ogni singola nota e non pensavo a nulla. niente. testa vuota e cuore che sembrava battere più lento. poi a un certo punto il sogno si interrompe e dopo un pò ne inizia un altro dove ci sono sempre io, sempre sola, ma stavolta in piedi in un altro luogo anonimo, forse una strada, sì una grande strada, di notte. che casso ci facevo lì non lo so, so solo che a un certo punto partiva a tutto volume policy of truth dei depeche mode e pensavo ma quant'è fico sto pezzo ma quanto mi piace oh è proprio fico e il sogno finiva così.
...so open up the window and let me breathe,
I said, open up the window and let me breathe
E basterebbe uno straccio di vela
Per andare lontano
Dove il mare è profondo
E soffia forte il vento
Dove un amico è un amico
E il cielo è il cielo
Basterebbe il coraggio
E uno straccio di vela
(Sergio Endrigo_Bassi Fondali)
è risaputo che a casa mia la tecnologia, salvo qualche rara eccezione, arrivi con un ritardo che in media va dai 3 ai 10 anni rispetto al resto del mondo occidentale. che si tratti di un televisore a colori, o della connessione adsl, passando per ventilatori, frullatori, aspirapolvere, videoregistratori o telefoni cordless e chi più ne ha più ne metta, è così. è una tara di famiglia, ma non si tratta di diffidenza, snobismo o avversione verso la modernità, è proprio che di certi oggetti abbiamo sentito la necessità e scoperto l'utilità della loro invenzione dopo. dopo un sacco di altra gente e ancora più dopo, quando cioè non erano più innovativi e c'era già qualcuno che cominciava a considerarli addirittura inutili. c'è una sorta di divario spazio temporale, che comporta il fatto che, per esempio, mentre i miei compagni delle elementari guardavano bim bum bam a colori e cambiavano canale muovendo il ditino sul telecomando, a me erano riservati, in uno sbiadito bianco e nero, i rari cartoni animati che la rai passava a quei tempi (italia uno e in generale le reti private l'antennone del televisore non le captava) e naturalmente per cambiare canale dovevo alzare il culetto dalla sedia e raggiungere l'apparecchio. oppure, più di recente, mentre c'era chi comprava lettori dvd, io scoprivo i privilegi offerti dal possesso di un arcaico videoregistratore. ecco, cose di questo genere. questa introduzione dovrebbe essere sufficiente a spiegare perchè, sebbene a quanto mi dicono siamo nel 2007, io manifesti una ridicola ed esagerata enfasi per il mio ultimo acquisto. una radiosveglia digitale. ho raccontato a destra e manca di averla comprata e di quanto ma quanto sia figo che a svegliarci la mattina, anzichè l'odioso bi bi bi bi bi bi della sveglia, sia la musica, ovvero l'incognita di una canzone. a questo riguardo posso dire che fino a stamattina il caso ha voluto che a interrompere il mio sonno fossero canzoni di tutto rispetto, dai marillion a prince. insomma m'è andata bene e tutto ciò andava a rafforzare la mia idea che la radiosveglia fosse senza dubbio un'invenzione eccezionale e io invece, un tantino cretina per non averla "scoperta" prima. questo lo pensavo fino alle 6, 59 minuti e 59 secondi di questa mattina. fino a quando cioè, appena un secondo dopo, dalla radiosveglia è partita una canzone dei pooh. fuori dalle finestre non c'era ancora luce, io da sotto il piumone ho pensato di rimanere a letto, perchè, cioè, da una giornata che inizia coi pooh cos'è che ti puoi aspettare?
If we are Nature's detour to get to five great names, you are number six, just neglected by these days. With all the confusion around hate, schedules, and possibilities, under solar-system simulations, your hesitations elegy. These are the last days we'll spend in this room, another temporary shell to help me protect you. On any ordinary night, a sip would last a song, but tonight you're up, on your way out the door; in half as long.
(karate_number_six)
il capo depresso è andato in pensione. ce ne sarebbe da scrivere sopra, ma mi limito a commentare che lascia dietro di sè una scia di malcontento e disamore che aleggia per tutto il piano. al suo posto dicono che manderanno quella tipa lì, quella cazzutissima che adesso dirige un altro ufficio e fa rigare tutti dritti. qualcuno dice che è una stronza. qualcun altro invece dice che c'ha le palle. poi c'è chi fa notare che la tipa in questione c'ha pure due puppe giganti. io sto zitta e non commento, ma dentro di me penso che se n'è andato un capo senza palle e al suo posto ne arriva un altro con le palle e le puppe. ora, anche senza star a scomodare menate proto-femministe o a fare la parte della suffragetta post-atomica che per carità, vorrei comunque dire che mi sta un pò stretta 'sta cosa di identificare le buone qualità di perseveranza e forza d'animo (ecc. ecc.) di qualcuno, donna o uomo che sia, riassumendole negli ipotetici attributi maschili e utilizzando gli stessi come unità di misura. però, ecco, come si dice a roma famo a capisse, se proprio dovessi adottare il suddetto criterio per esprimere un giudizio su questo cambio di vertice, direi che tra palle e puppe, la partita si chiude con un bel 4 a zero per il capo nuovo. pepperepè.
a volte alle parole mi ci affeziono come se fossero cosa mia_le leggo oppure le raccolgo per strada_ le corteggio un pò_e da lì in poi me le porto dietro senza rendermene conto per quanto sono leggere e utili_ utili in quel modo speciale che non ha niente a che vedere col farne sfoggio o col doverle usare spesso_da lì in poi mi sembra di sentirle nominare con una frequenza significativa_come se c'entrassero con un'infinità di cose che mi riguardano e fossero il pezzo mancante che mi permette di pensare e dire meglio_per questo credo certe parole sembrano così belle_perchè uno le incontra proprio al momento giusto_quando si incastrano alla perfezione con qualcosa che si sta vivendo o pensando_quando se ne ha bisogno in quel modo strano_senza saperlo_ che poi è il modo in cui tutti a volte abbiamo bisogno_di parole nuove_da usare o da tacere_e di tutto quel fluire di concetti e astrazioni che le parole portano con sè_ per dire_sarò un pò esagerata_ma grazie a quella parola lì_e niente poco di meno che ai principi della termodinamica_dei quali ignoravo l'esistenza_ho capito una cosa importante_di me.
c'è un aria densa e umida da queste parti. mi pare di tirarla su dal naso e di sentirne il peso leggero, la consistenza simile a vapore. avrei voluto continuare a camminare, o anche stare ferma, sotto questa nebbiolina bianco latte che rimane appesa a mezz'aria, poi scende un poco e sfoca, addolcisce i contorni delle cose. di nascosto, tirare fuori la lingua per sentire se magari ha anche un sapore questa luce palpapile che sembra possibile assaggiare. tiro a sorte l'umore e mi meraviglio un po' di me.
"nella foresta presto o tardi tutti si trovano a muoversi in cerchio. un giorno il piede si imprime nella propria merda. questo, dicono gli Indiani, è il primo passo sulla via della saggezza."
tanto per dire ho rischiato di saltare per aria pure io. a volersi mantenere nell'ambito rassicurante di una metafora, avrei fatto la mia porca figura in quel trionfo di mortaretti, stelline, tricche tracche e miccette sfiatate. ecco. poi, cercavo caravaggio, a san luigi dei francesi, per mettermi in paro e sentirmi meno colpevole per la mia ignoranza tipica da romana che un pò come tutti i romani campa di rendita e presuntuosamente si sente una indispensabile comparsa sul set di un film che prosegue identico da secoli e secoli. i romani che pensano di conoscere la propria città per il semplice fatto che salendo sul pincio sono in grado di distinguere quale sia, tra le tante, la cupola di san pietro. e invece basta aprire la porta di una chiesa davanti alla quale si passa tante ma tante volte per andare qui o lì, e ritrovarsi al cospetto della vocazione di san matteo il quale sotto un fascio di luce di colori ad olio si punta il dito al petto e pare dire stai parlando con me?
ecco, insomma, cercavo caravaggio e invece siccome, guarda caso, proprio il giovedì la chiesa è chiusa, sono dovuta tornare a fargli visita il giorno dopo.
quel giovedì invece, ho continuato a vagare per quei vicoli, con la testa piena di pensieri, finchè sono entrata in una libreria a caso e ho fatto la conoscenza di thomas pynchon. roba da matti. per ora leggo entropia. un pò perplessa e un pò folgorata. poi si vedrà.
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babsi_jones
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fRaNcO_aRmInIo
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