ore 11: il mio capo urlava. ma io di più eh.
dopo pranzo mi si è piantata in testa quella canzone che fa come come come yeah yeah yeah come come come yeah yeah yeah. quella canzone là no? eddai, come si chiama? niente, l'unica cosa che mi ricordavo era questa litania come come come yeah yeah yeah come come come yeah yeah yeah. mi pareva solo che la voce che la cantava assomigliasse forse, vagamente, a quella di neil young oppure, aspetta, a quella di james taylor oppure boh. quasi sovrappensiero ho provato a fare una ricerca su google utilizzando come chiave, ovviamente, come come come ed è facile immaginare quello che è uscito fuori. allora ho cercato come come come neil young. niente. poi come come come james taylor. idem. e da lì, quella che sembrava una curiosità innocente è diventata una ricerca disperata e un tantino ottusa come la sottoscritta. ho provato con yeah yeah yeah nelle varie combinazioni abbinandoci sempre neil young o james taylor. perchè so' de coccio, che lo dico a fare. intanto in testa me la cantavo come un disco rotto come come come yeah yeah yeah. roba da diventare matti. cioè, almeno io per queste cose ci divento matta. e quando già meditavo di chiedere a destra e a manca scusa te la ricordi quella canzone che fa come come come come yeah yeah yeah? mi ha salvato dalla follia e da una dozzina di figure di merda assicurate, un sito polacco (!)
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James Taylor - Handy man Dzwonki do komórek. Kolędy. ... Come-a come-a come-a come-a come on yeah yeah yeah Come-a come-a come-a come-a come on yeah yeah ...
www.megahity.pl/?id=2&ktory=51402&tytul=Handy%20man&wykonawca=James%20Taylor - 67k - Risultati supplementari - Copia cache - Pagine simili |
James Taylor. Handy man. Aaaah. Ora mi sento meglio. Eccola qua.

siore e siori ecco a voi l'annuale grande circo dei numeri. ovvero tira fuori il vestito buono e il sorriso migliore, incrocia lo sguardo delle persone giuste, dì buongiorno, ma soprattutto stai due ore seduta in una sala attufata di gente, su delle poltroncine belle ma taaaanto taaaanto scomode sulle quali il sedere scivola che è una meraviglia e basta un attimo di distrazione, basta assuefarsi alle cifre e, come niente, ti ritrovi a stare seduta con una postura tipo felice caccamo. ecco. due ore così. ad ascoltare uno che fa scorrere slides a tutta callara e ti spadella numeri su numeri che vorrebbero dimostrare fatti e tendenze del sistema. il sistema ahahaha. il mio collega che, poi sarebbe uno di quelli che quei numeri li ha confezionati ad arte, ogni tanto mi dà di gomito e mi dice non è vero non è vero un casso. oppure sì, questo è vero. ai numeri, ormai l'ho capito pure io, puoi fargli dire quello che ti pare. hai bisogno di dimostrare questo anzichè quello? bene, basta "interrogare" i numeri nel modo giusto e loro, miracoli della matematica e della statistica, o di quella che certi chiamano politica, diranno proprio quello che vuoi tu. tutto e il contrario di tutto. vuoi dimostrare che le cose oggi vanno meglio o peggio dell'anno scorso o di quello prima ancora? niente di più facile. basta mettere in rapporto i valori giusti e il risultato assumerà connotazioni positive o negative. le parole, invece, il più delle volte non si fanno manovrare tanto facilmente e, alla faccia nostra, parlano anche di ciò che c'è sotto, a saperle leggere o ascoltare. e infatti spesso a tradire i numeri falsi sono proprio loro, le parole, evidenziando incongruenze, moventi e chissà cos'altro. bene. dopo il tipo delle slides la parola passa al pezzo grosso che gli si siede accanto. il commento più intelligente che ho sentito fare su di lui e sul suo intervento è che senza dubbio c'ha i capelli unti. e che quei baffi poi, sono come dire, troppo ma troppo vetero. veterocosa non si sa. ce lo siamo dimenticati tutti, lui compreso. che qui, secondo me, parecchi sono ex qualche cosa. c'è pure qualche orfano di partito, che tenerezza. quando la parata finisce guardo il mio collega che già si allenta la cravatta. gli faccio rossi e neri, so' tutti uguali. lui capisce, ride e mi fa signora mia, è tutto un magna magna. dopo di che pure noi, nel nostro piccolo, non fosse altro che per il fatto inconfutabile che è l'una passata, decidiamo di andare a mangiare.

...when you're tired and you're hungry and you want something cool,
got something better than a swimming pool...
(the early years vol. 1 - tom waits)
io vorrei che un ex-comunista mi spiegasse cos'è che vuol dire ex-comunista.
l'altro ieri un'amica che mi vuole bene dopo un pò che mi ascoltava parlare ha emesso la sua sentenza. devi pensare di più a te stessa ha detto lei, e io le ho dato ragione anche se non m'è venuto in mente niente per adempiere a quella che, lì per lì, m'è sembrata un'ulteriore incombenza da portare a termine. me stessa, pensavo ieri sera alle otto passate mentre tornavo verso casa stanca e un pò affranta, me stessa. quasi come se, quella lì alla quale dovevo pensare, non fossi sempre io. siccome però ormai erano appunto passate le 8 e io, per un sacco di motivi, non vedevo l'ora di arrivare a casa, infilarmi in un pigiama informe e camminare scalza, ho capito che non è che mi potevo inventare chissà cosa per pensare a quella rompicoglioni di me stessa. però io, che a differenza di me stessa, non mi perdo mica d'animo, mi sono detta : hai fatto 30 fai pure 31. così, ho vinto la pigrizia e poco prima di regalare un'altra giornata alla gloria, mi sono fermata al supermercato e ho comprato del pane fresco e un etto di mortadella. poi in preda ai sensi di colpa ho messo nel cestino anche delle verdure lesse già pronte. a casa poi, io e me stessa, ci siamo mangiate pane&mortadella, le verdure e bevute una birra, il tutto davanti a un bellissimo film. respiro di emanuele crialese. ecco, ieri a me stessa ci ho pensato così. non che ne vada fiera, ma sempre meglio di un cazzotto in testa come si suol dire. stamattina però, aprendo il frigo, sono stata investita da una zaffata di mortadella. stasera, non ci sono santi, quella lì se la mangia lei la mortazza avanzata dal giorno prima.
questa autosufficienza
sarà la mia salvezza
e la mia rovina.
forse è necessario
mostrare il fianco debole
per essere avvicinati
raccolti
e ricomposti in un abbraccio.
il nuovo film di paolo sorrentino. ancora non l'ho visto. ma fremo. ho intravisto di sfuggita il trailer in tv, talmente di sfuggita (davo le spalle alla tv, lavavo i piatti e parlavo al telefono in contemporanea) che l'unica cosa che ho capito del film è che nella colonna sonora c'è un pezzo di antony and the johnsons. io già conoscevo la loro musica grazie al figlio mio prediletto (smuà). attualmente, la mia canzone preferita di antony and the johnsons è la meravigliosa fistful of love. per un sacco di motivi. il primo è che parte con la voce monocorde di lou reed che parla. scusa se è poco. da lì in poi è un crescendo che si fa prima ad ascoltarla piuttosto che stare qui a leggere me che provo a descriverla, no? insomma, dopo il primo ascolto, lo confesso, non mi ero presa la briga di informarmi sull'unica parola della quale non conoscevo il significato e cioè fist. per questo ritenevo fistful of love una canzone d'amore, d'amore in senso classico. cioè quella roba che ci sono due che si amano, nel migliore dei casi, oppure uno che ama e l'altro che no. insomma l'amore no? ecco, nella canzone in questione, prima che chiedessi aiuto al traduttore di google, secondo me le trombe strombazzavano il giubilo di tanto e tale sentimento. e invece. cioè, è una canzone d'amore, mica no. ma amore, significa un sacco di cose. e fists, per dire, significa pugni.
ho una borsa di tela sulla quale c'è stampata la faccia sorridente di Charlie Parker. dietro la borsa c'è una storia, la mia e quella di Charlie Parker. dentro la borsa c'è un casino di roba, che a farne l'inventario, con un pò di fantasia e spirito deduttivo si potrebbe indovinare che vita faccio ultimamente. il mio capo depresso va in pensione. bella pe' te volevo dirgli quando me l'ha comunicato, aggiungendo forse una bella pacca sulla spalla. invece sono stata zitta perchè ho capito che bisognava fare la faccia triste e dire che ci dispiaceva tanto, magari convincerlo a desistere da questa decisione, anche se è la migliore che ha preso da diversi anni a questa parte. da quassù si vedono certi tramonti che quando li racconto, provando a descrivere i vari strati di colore del cielo, non ci crede nessuno. tanto belli, i tramonti, che varrebbe la pena di venirci a lavorare gratis qua dentro. ipotesi che, a dire il vero, molto spesso assomiglia alla realtà dei fatti. sono le 17.17, ho il raffreddore e la tosse. ho finito le sigarette che non dovrei fumare. se esco ora, arrivo in anticipo. gli incipit di Carver mi mettono un pò in difficoltà. ah, la storia dell'editor che gli falciava le frasi è proprio vera, ma io ho deciso che non me ne frega niente.
invece per esempio stamattina nelle mie orecchie c'era john lee hooker che mi stendeva sotto ai passi un tappeto di note, parole e eloquenti mmmm mmm mmmmmm io preoccupata com'ero di fare tardi ci camminavo sopra a passo marziale nei miei stivali che fanno quel rumore tipico dei passi sicuri di sè. a un certo punto però, stavo quasi per cedere alla tentazione di fermarmi e assecondare il ritmo dondolando le ginocchia. in ogni caso, quello che volevo dire è un'altra cosa. non mi si prenda troppo in parola. cioè, il fatto che, per una frazione di secondo, abbia concretamente valutato la possibilità di fermarmi a fare l'imbecille in mezzo alla strada sulle note di I need money, questo è poco ma sicuro. però, riguardo alla nuda amarezza che devo aver trasmesso con la cosa che ho scritto qui sotto, volevo aggiungere che io le palle non credo proprio di avercele, le puppe invece (abbassa lo sguardo scrutandosi la puppa destra e quella sinistra) suvvia, un sò mica tanto piccine. quanto ai rami secchi poi, fino alla fine, ed è una fine il cui arrivo rimando più e più volte, ho fiducia che abbiano da regalare un altro germoglio. detto questo, nelle parole che ci vengono date in pasto, è giusto che ognuno trovi il sapore che preferisce. alle mie, qui sotto, aggiungeteci un pò di zucchero, per favore. giuro che questo è l'ultimo post in questo stile colloquiale perchè non potete capire quanto mi sento deficiente a scrivere dando per scontato che qualcuno mi legga. ma deficiente si scrive deficente o deficiente? secondo me con quella i un pò arcaica fa più effetto. dicevo per ischerzo, lo so che si scrive deficiente, era solo una scusa per questo pessimo giuoco di parole. vabbè.
p.s. un ulteriore pedante precisazione. la telefonata non è partita da me. che va bene essere ottimisti e ben disposti verso il mondo, va bene i germogli, i bocciuoli di rosa, gli uccellini, il sole e pucci pucci. però no. no.
io
resto sul vago.
poi ho paura di perdermi
così metto un punto
alla fine di ogni frase.
forse
ho smesso di arrabbiarmi con le parole.
però ripensando alla tua telefonata
di qualche giorno fa
ho capito che tu
sei uno di quelli
che hanno la rara capacità
di far sentir sola la gente.
non so come funziona
ma che tu sia presente o assente
in senso fisico
fa lo stesso.
per alcuni è una dote affascinante.
io ero lì
tutta intera
ci potrei giurare
ma mentre parlavo
mi vedevo riflessa
solo in quelle poche banalità
che raccontavo alla cornetta
per evitarti il silenzio.
è molto semplice
tanto semplice che ho finito per dirtela
senza rendermene conto.
voglio che tu sparisca.
davvero.
mi ricordi solo rancori
e piccole meschinità.
mi imponi limiti che non sono i miei.
per di più
non sai neanche farmi ridere.
lo spazio che credi di occupare
col tuo vuoto
è libero.
li-be-ro.
dentro ci ho messo una sedia
e tutto quello che non sei.
Di la', dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide città bianca, ben esposta alla luna, con vie che girano su sé stesse come in un gomitolo. Questo si racconta della sua fondazione: uomini di nazioni diverse ebbero un sogno uguale, videro una donna correre di notte per una città sconosciuta, da dietro, coi capelli lunghi, ed era nuda. Sognarno d'inseguirla. Gira gira ognuno la perdette. Dopo il sogno andarono cercando quella città; non la trovarono ma si trovarono tra loro; decisero di costruire una città come nel sogno. Nella disposizione delle strade ognuno rifece il percorso del suo inseguimento; nel punto in cui aveva perso le tracce della fuggitiva ordinò diversamente che nel sogno gli spazi e le mura in modo che non gli potesse più scappare.
Questa fu la città di Zobeide in cui si stabilirono aspettando che una notte si ripetesse quella scena. Nessuno di loro, né nel sonno né da sveglio, vide mai più la donna. Le vie della città erano quelle in cui essi andavano al lavoro tutti i giorni, senza più nessun rapporto con l'inseguimento sognato. Che del resto era già dimenticato da tempo.
Nuovi uomini arrivarono da altri paesi, avendo avuto un sogno come il loro, e nella città di Zobeide riconoscevano qualcosa delle vie del sogno, e cambiavano di posto a porticati e a scale perché somigliassero di più al cammino della donna inseguita e perche nel punto in cui era sparita non le restasse via di scampo.
I primi arrivati non capivano che cosa attraesse questa gente a Zobeide, in questa brutta città, in questa trappola.
da: Le Città Invisibili di Italo Calvino
il sogno di questa mattina ha preceduto di poco la sveglia. a cancellarlo, perchè era un sogno pieno di nostalgia del quale volevo eliminare ogni traccia, non è bastata la familiarità dei primi maldestri gesti mattutini. quando la sveglia ha suonato, io, che avevo già capito che quello lì era uno di quei sogni che non ti mollano, ho fatto finta di rigirarmi un pò nel letto, di pensare -ecco adesso mi alzo anzi no altri 2 minuti e poi mi alzo lo giuro-, tutto nella speranza di farlo riaddormentare e dimenticarlo lì, tra le lenzuola tiepide e spiegazzate. invece, il sogno era più sveglio di quanto non fossi io. è scivolato fuori dal letto con me, s'è bevuto il mio caffè, mangiato i miei biscotti, ha fatto pure qualche commento banale sulla rassegna stampa trasmessa alla radio e poi fin dentro la doccia è voluto venire. gli ho detto, guarda che il balsamo è finito e la caldaia è quasi rotta per cui di acqua calda ce n'è talmente poca che basta a malapena per me. niente. il sogno di stamattina, voleva a tutti i costi continuare a raccontarmi una storia della quale non avevo nessuna voglia di conoscere la fine. diceva ascoltami, lo dico per il tuo bene e io gli rispondevo no, mi fai fare tardi in ufficio e poi senti, ho altre cose a cui pensare, lasciami in pace, non lo vedi i casini che combino? cosa vuoi che me ne freghi di sapere come va a finire la storia che ti sei inventato tu? tanto lo so che finisce male, gli ho detto con cattiveria solo per offenderlo e farlo scappare via. macchè, lui senza fare una piega mi ha chiesto allora? dov'è che eravamo rimasti? ah sì, c'eri tu che chiedevi come mai? e intanto pensavi che non c'era una risposta a una domanda così e lui, lui che faceva? io nel frattempo ero davanti all'armadio e piangevo un pò, solo un pò, senza farmi vedere dal sogno perchè non volevo dargli soddisfazione. che hai? m'ha chiesto lui e io niente niente, sono indecisa su cosa mettermi. allora il sogno, ha interrotto la sua storia, ha detto vabbè dai non importa e prima di andare via mi ha detto perchè non ti metti la gonna di jeans con le calze verdi e il maglione dello stesso colore? ma copriti bene eh lo sanno tutti che da oggi arriva il freddo. e io ora sono qua, con le calze verdi, a inventarmi una fine per il mio sogno e la fine sono io, che sto qua, a sentirmi un pò cretina ma mica per via delle calze verdi.

dice vieni vieni che all'istituto italolatinoamericano c'è una festa. una festa che poi sarebbe appunto la celebrazione del dia de muertos, il nostro tutti i santi per capirci. niente di lugubre come da noi però, niente crisantemi e visite comandate ai campisanti. lì in messico al cimitero ci vanno a suon di musica, carichi di bottiglie e roba da mangiare. dentro casa costruiscono degli altarini tutti colorati e allegri e in cima ci mettono la foto del defunto. che a vederlo lì, piuttosto che su una foto sbiadita attaccata a una lapide di marmo freddo, fa tutto un altro effetto. la morte, dice, la prendono in giro e la invitano alla festa. la fanno ubriacare e le dedicano canzoni e "calaveritas" che poi sarebbero delle filastrocche satiriche che, come la morte, non risparmiano nessuno, ricco o potente che sia. insomma la festa a cui sono stata era proprio una festa in piena regola. nelle sale, sotto i soffitti affrescati, c'erano i mariachi che suonavano, c'erano degli scheletri di cartapesta comodamente seduti sui divani, teschi di marzapane sparsi dappertutto e c'era pure un altare, sgargiante di stoffe fiori e candeline. nel ripiano intermedio c'erano delle foto, tra tutte quella di una signora coi capelli ricci, quella di un signore dall'aria severa e una foto più antica, color seppia, di un tizio col sombrero in posa da ganzo. tutto intorno avevano sistemato anche dei regali, qualche pacchetto di malboro e fiammiferi, un paio di bottiglie di tequila, altre di birra e un sacco di cose da mangiare. anche per i vivi però il cibo e i beveraggi non mancavano. ho fatto il pieno di tamales, tacos guarniti con una salsa che piccava da morire e da ultimo un dolce strano, un pò gelatinoso, che sapeva di mela cotogna. buono pure quello, solo che l'ho mangiato nello stesso piatto della salsa e alla fine ho fatto un mischione di dolce e piccante che lasciamo perdere. i tamales erano pura poesia. per la cronaca, i tamales al ristorante messicano di via urbana, alla faccia della globalizzazione, costano 12 euro e in messico invece, a quanto pare, te li tirano dietro per 5 miseri pesos. oltre a questo, vassoi di fettine di limone e ciotoline di sale per accompagnare la tequila, che però non ho fatto in tempo a bere perchè quando ho notato le bottiglie, manco dirlo, erano già tutte vuote. poi, un sacco di gente, di belle facce sorridenti. i mariachi vestiti di tutto punto che hanno fatto il bis quando il buffet era ormai solo briciole e bicchieri vuoti abbandonati sui tavoli. cantavano a gola spiegata aiaiaiaiaiai però con la faccia allegra. poi a un certo punto, dal pubblico, un insospettabile tipo con gli occhiali, ha sollevato il pugno e urlato viva mexico! e tutti quanti hanno risposto in un coro compatto viva! e io per un attimo mi sono dimenticata di essere solo a due passi dal traffico impaziente e ottuso di corso vittorio emanuele.
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