padre
madre
figlio
e cane di razza dalmata al seguito.
il bambino vestito da dalmata
vale a dire infilato in una tuta di peluche
a macchie bianche e nere
munita di orecchie e coda.
che carini ho pensato.
poi non so perchè
ho provato ad immaginare
quali potessero essere a riguardo
i pensieri del cane.
credo che questo tempo
ci metterà un pò di tempo
per assomigliarmi.
ma io qui sto.
non scappo mica.
testa dura
e cuore di nuvola.
mi invento i miei personalissimi mantra
e vado avanti.
per di più
a quanto pare
sulla soglia dei trent'anni
scopro di avere un bambino interiore
di cui prendermi cura.
c'è poco da ridere.
ce l'abbiamo tutti.
e il più delle volte
è un bambino che non se la passa mica tanto bene.
al mio
visto che aveva fame
gli ho appena dato da mangiare una banana
e un pezzo di cioccolata fondente.
ora mi ha chiesto una sigaretta.
le parole
sono le briciole
che rimangono sul tavolo
pazienza
coraggio
e fantasia.
Ieri sera mangiavo pasta e ceci e cercavo di rispondere ai quiz della settimana enigmistica quando mi è capitata una domanda su Mata Hari. Chissà poi se è vera la storia secondo la quale si presentò davanti al plotone di esecuzione a testa alta, sorridendo e tirando baci ai soldati convinta che un suo ammiratore fosse riuscito a corromperli per far sì che sparassero degli innocui proiettili a salve. Bella fregatura. In confronto Dostoevskij, la cui condanna a morte venne commutata in quattro anni di lavori forzati quando aveva già i fucili puntati contro, non si può certo lamentare. Ieri mi sono resa conto che a volte leggo il mio manuale di storia contemporanea come un ipocondriaco leggerebbe un'enciclopedia medica. Porca miseria. Ma questo è uno dei tanti svantaggi dell'essere un'autodidatta incostante e senza metodo, romantica o per meglio dire un pò troppo impressionabile. Purtroppo in questi giorni non posso leggere altro, le poesie mi fanno male al cuore, il libro che stavo leggendo mi fa venire il magone se solo ne vedo la copertina. Sto anche bene attenta alla musica che ascolto. Nello stereo c'è rimasto un cd di Cristina Donà che farei meglio a non ascoltare, ma qualche volta, invece di sostituirlo con un'altro di musica brasiliana che sta lì in bella vista, cedo e faccio partire la seconda traccia. Nel lettore mp3 invece, tra le altre cose, ho caricato un album di Van Morrison che mi mette di buonumore. L'inconveniente è che mi fa anche pensare che non sia cambiato niente, o che viceversa possa cambiare tutto. Che sia possibile prendere il telefono e chiamare chi voglio, soprattutto te, per farti sentire la mia voce allegra senza aspettarmi niente in cambio. E poi penso che se continuo così, faccio la fine di Mata Hari, che sorride e tira i baci e poi. Invece devo mettermi in testa che ora come ora la mia voce allegra è una benedizione che posso tenere per me, che mi può essere utile per cantare canzoncine stupide che mi piacciono solo per quella frase che dice che "even the birds still sing their faithfull song" e per il cinguettio sintetico che accompagna queste parole. Devo mettermi in testa pure che i proiettili che mi aspettano sono proiettili veri e che magari, per concludere in bellezza, c'ha ragione Maccio Capatonda.
cercavo su gugol delle foto di biciclette e ho trovato il sito di un tipo che fotografa le bici abbandonate a new york...mi è venuta una grande nostalgia della mia bianchi bellissima, grigia e nera col pedale sgangherato che prima era di mio fratello il quale sulla parte posteriore del sellino aveva pensato bene di scriverci un allusivo follow me e poi è diventata mia e pure se aveva il pedale sgangherato a me sembrava che con quella bici là avrei potuto farci il giro del mondo, anche se per arrivare a villa borghese e da lì alla pista ciclabile di ponte milvio, sulla salita di via veneto davanti all'ambasciata americana, ci lasciavo ogni volta i polmoni...pure i freni non è che fossero particolarmente affidabili e ora che ci ripenso non aveva neanche il campanello e io mi scordavo sempre di comprarglielo, così se mi trovavo a dover passare in mezzo alla gente che camminava, tipo quando decidevo di fare un giro passando per il pincio, o se i pedoni invadevano la pista ciclabile durante il mercatino dell'antiquariato sul lungotevere, andavo piano piano e invece del classico drin drin c'ero io che chiedevo permesso permesso permesso...

la polvere
che in questi giorni
ho raccolto in giro
almeno per oggi
la metto sotto il tappeto.
nei sogni
a volte
la raggiunge un padre.
per niente meravigliato di rivederla
le parla di cose futili
e non si scompone
davanti alla sua emozione.
ma lei
contravvenendo alle regole dei sogni
si accorge di sognare
e ricorda la realtà.
lui cammina
e lei andandogli dietro
gli chiede
dimmi qualcosa
chiamami per nome
lui sorride
le parla del tempo
o dei tempi
lei lo interrompe
piena di una tristezza rabbiosa
che le spezza la voce
sbrigati
ti prego
papà
sbrigati
gli urla
fai presto
che il sogno finisce
dimmi qualcosa
qualcosa che possa servirmi
una misera cosa
delle milioni di cose
che non mi hai detto
ma lui non ascolta
sorride
saluta
e se ne va
mentre lei piange
come piange solo chi ha fame
e aspetta che sia qualcun altro
a dargli da mangiare.
...non c'è nessun contratto
non c'è nessun onore
nessun mandante,
e la ragione se n'è andata
a pesca nel
deserto.
non c'è nessuna base razionale
non c'è nessuna nobiltà.
un laccio da scarpe spezzato
è la tragedia:
non le mani mie
che strangolano quel
minuscolo luogo
che chiamate
amore.
(charles bukowski)
I have a healing room inside me
The loving healers there they feed me
They make me happy with their laughter
They kiss and tell me I'm their daughter
i doppi sensi non mi divertono tanto
e le persone che ridono a crepapelle per i doppi sensi
più o meno volontari
mi danno pure un pò sui nervi.
a parte qualche raro caso
trovo che siano un modo piuttosto scontato
per costruire una battuta.
i doppi sensi quelli maliziosi intendo
tipo che uno dice
vado a scopare
tenendo la scopa in mano
esprimendo concretamente
la propria volontà di spazzare il pavimento
e tutti sghignazzano
alludendo a tutt'altra intenzione.
per non parlare di tutte
le combinazioni possibili in materia
che trasformano le ingenue precisazioni
del dove si intenda spazzare
in inequivocabili ammissioni
del luogo in cui si preferisce avere rapporti sessuali.
scopo per terra
scopo in cucina
scopo sotto il tavolo.
e così via.
oppure quando dici a un uomo
dammelo
riferendoti ad un oggetto materiale in suo possesso
e quello parte in quarta con battute
che hanno come protagonista indiscusso
il suo organo genitale
e il tuo impellente desiderio di appropriartene.
ecco.
per ste cose qua ridevo a 16 anni.
forse.
perchè ho scritto sta cosa?
perchè si dà il caso
che uno dei verbi di uso più comune
in portoghese
coniugato al presente
terza persona singolare
sia l'equivalente
del nostro italico modo
di chiamare "amichevolmente"
l'organo genitale femminile.
la prima volta
che ti capita di sentirlo pronunciare
ridi.
magari racconti pure a qualche amico
oh, ma lo sai come si dice x in portoghese?
come?
si dice y.
ha ha ha.
poi ti abitui.
pronunci quel verbo
facendone un uso appropriato
senza pensare a quello che significa in italiano
e i tuoi compagni di corso
che la prima volta
avevano riso insieme a te
ti ascoltano restando impassibili
perchè pure loro sono ormai abituati
a quel simpatico vocabolo.
come una barzelletta
che per quanto buona
ti fa ridere solo la prima volta che l'ascolti.
poi
però
succede che
la tua insegnante di portoghese
parlando di una verdura tipica del Brasile
e spiegando a tutta la classe
in che modo si cucini
associ
quel verbo lì
ad un aggettivo
creando un binomio esilarante
e a dirla tutta
anche un pò imbarazzante.
e tu che fai?
stai lì
pronta a esplodere in una risata di quelle che levati
dando per scontato di unirti
al coro di risa di tutta la classe
ma per pudore
aspetti che comincino a ridere gli altri.
ma gli altri non ridono.
c'è chi prende appunti.
chi sfoglia il libro.
ma nessuno ride.
al che
per evitare di esplodere
come si esplode
tutte le volte
che le circostanze
impediscono di ridere
cerchi di distrarti
pensando ad altro.
insomma
neanche a scuola
seconda fila
a un metro dalla cattedra
e la mia compagna di banco
che mi faceva la parodia della parlata ciociara
del professore di diritto
ho fatto tanta fatica
a cercare di non ridere.
un tè.
potendo scegliere, un tè nero.
senza zucchero.
e già che si siamo, qualche pasticcino.
al cioccolato.
un letto.
due o tre cuscini e un plaid.
un libro.
la testa vuota.
il tempo lento.
e tanto silenzio.
grazie.
Succede che in profumeria mi faccio mezz'ora di fila alla cassa perchè il cassiere, oltre che a fare il cassiere, contemporaneamente deve preparare le confezioni regalo per gli articoli che le persone in fila prima di me hanno acquistato. Succede che dal tabaccaio, per comprare le sigarette , invece dei soliti 10 secondi, ci metto 10 minuti buoni, perchè l'attività commerciale del negozio è completamente paralizzata dall'esigenza di un cliente che, dovendo comprare un cuore a forma di cuscino o un cuscino a forma di cuore, fate voi, non decidendosi sulla dimensione -piccolo medio o grande?- coinvolge tutto il negozio in un dibattito. io ho suggerito medio. che -con le mezze misure-ho detto- non si sbaglia mai-. lui m'ha guardato perplesso e pure un pò offeso. la moglie del tabaccaio ha detto -vabbè, ma pure piccolo è carino...è più discreto-come se la destinataria del regalo, poi se ne andasse in giro per strada tenendo in mano, o sotto il braccio come una borsa, il cuore che quel pirlone del moroso gli ha regalato. alla fine, il pirlone, ha deciso per quello grande, affascinato dalla teoria di un altro cliente che ha messo a tacere tutti con il suo lapidario -meglio abbondare-. succede che passando davanti al fioraio vicino l'ufficio, mi ha investito una zaffata di profumo di rosa al che, mi giro e vedo al posto della solita varietà di fiori, un monopolio assoluto di fasci di rose rosse pronti per l'uso, confezionati e avvolti da un erotica carta rossa. succede che oggi, tutti si amano. ma proprio tutti, tutti tutti. tutti quelli che a natale diventano più buoni. tutti quelli là. e poi succede pure che oggi i baci perugina e tanti cuoricini rossi piovono dal cielo. non ve ne siete accorti? mi raccomando uscite con l'ombrello. succede che è san valentino. ma vaffanculo.

CATEGORIA ARTS AND ENTERTAINMENT (Arte e intrattenimento) III posto: Michael Wirtz (Usa), The Philadelphia Inquirer - Mostra di Salvador Dalì - Philadelphia
Già sveglia
prima delle otto
la notte mi lascia in testa
un ritornello scemo.
lacrima facile.
spalmo la marmellata su una fetta di pane
e piango davanti al primo tg del giorno.
poche lacrime.
la mattina mi succede spesso.
guardo la tv mentre faccio colazione
mi commuovo
e asciugo le lacrime con la manica del pigiama.
c'è chi mi dice che è una questione ormonale
roba di sindromi pre o post mestruali.
io dico invece
che la mattina
c'ho il cuore debole.
il cuore che ancora non ha indossato
la corazza dell'indifferenza
o dell'abitudine a considerare
le cose che vedo
normali.
esco a comprare le sigarette.
il sole filtra da una nuvola grigia
l'aria è fredda.
passo spedito.
e penso. io questa città la amo come fosse una persona.
e la odio allo stesso modo.
sento i capelli ancora bagnati sulla nuca.
per strada cani portano a spasso
padroni assonnati.
avrei voglia di camminare per ore.
scelgo il tabaccaio più lontano
e mi prometto un caffè al ritorno
in quel bar vicino S.M. Maggiore
dove il caffè è più buono.
torno a casa
con le sigarette
ma senza il ritornello scemo
che sono riuscita a seminare per strada.
torno a casa
e in testa invece
ho the cinema show dei genesis.
vai a capire perchè.
ma ci si può stare direi.
da non dimenticare:
il bar vicino S.M. Maggiore
la domenica mattina presto
è pieno di preti che fanno colazione.
mi sa che ho sopravvalutato
la capienza e la resistenza delle mie cellule cerebrali.
avrò pure finito di studiare quel famoso libro rosso
ma ho cominciato a scrivere legittimo con due g
e soggetto con una.
o è giusto così?
aiuto.
è troppo.
Sorseggiando caipirigna, annusando il profumo dei limozignu pestati che riempie tutta la stanza, con il sottofondo di un samba del carnavau du Riu di quest'anno che parla della storia du Brasiu e gliene dice quattro ai gesuiti, tra una chiacchiera e l'altra vengo a sapere che Orson Welles era omosexuao. Nau, omosexuao? -dico io- Ma se era sposato con Rita Hayworth! Embè, mi rispondono tutti, sai che novità! In effetti. Sai che novità. Pare insomma che nessuno lo sapesse, ma i brasiliani invece sì, lo sapevano tutti, in virtù dei lunghi soggiorni di Orson Welles in Brasile, e dell'amore che dimostrava per quella terra e pure per un anonimo tizio brasiliano. Mica è un problema, sia chiaro. E' solo che ho letto un sacco di cose su Orson Welles e questa proprio mi mancava. Personalmente, pensando a Orson Welles regista, non sono mai riuscita a capire con che coraggio abbia obbligato la moglie a tingersi i capelli di biondo. Cioè, Rita Hayworth bionda è come....come...non lo so, non riesco neanche a pensare un paragone altrettanto assurdo. (In realtà, vista l'ora di pranzo e la fame che ho mi venivano in mente solo riferimenti a piatti di pasta privati dell'ingrediente fondamentale, caci sui maccheroni, o ricette stravolte dall'ignoranza dei cuochi. ma visto che io sono una di quelle che mangia, di gusto, ma, per dire, non ha ancora capito se sulla carbonara ci va il pecorino, il parmigiano o tutti e due in parti uguali, taccio). Insomma, Rita Hayworth bionda, non si può. E in ogni caso, con tutto il rispetto per i vari mereghetti e morandini di questo mondo, adesso che so, non mi venissero a parlare di esigenze di copione.
Salvami.
Lei non lo sa, ma prima o poi finirà per pronunciare questa parola, rivolgendola con più probabilità a qualche perfetto sconosciuto, piuttosto che alle persone che le dimostrano amore e considerazione. O a quelle che "dovrebbero" farlo. Eppure non ha l’aria di una che ha bisogno di essere salvata.
Due occhi grandi, due tette medie e un culo che non ti giri per strada a guardarlo, ma un bel culo via, le dice un suo amico.
E un cuore, aggiunge lei, fingendosi offesa.
Poi ride perché prova ad immaginare questa entità tutta occhi-tette e culo, senza braccia nè gambe, disegnata a parole dall’amico.
E un cuore, concede l’amico, sollevando il bicchiere già vuoto in un brindisi di scherno.
Si siede su uno sgabello, incrocia le gambe, si guarda intorno, ordina da bere e sorride. Non finge, sorride davvero e a quella parola –salvami- non ci pensa più.
Salvata da cosa poi, non saprebbe dirlo nemmeno lei.
E se lo sapesse provvederebbe di certo a farlo da sola.
Eppure quel –salvami- è lì. E’ solo una parola e lei lo sa. Ancora meno, è un suono. Uno stupido suono rassicurante, da emettere distrattamente, da pronunciare più per sfida che con la reale speranza di vedere esaudita, chissà come poi, la sua assurda richiesta.
Se succedesse, riderebbe di sé e di chiunque la prendesse sul serio. E dopo aver riso, conoscendola, avrebbe paura della possibilità che qualcuno provasse a “salvarla” veramente.
Salvami. Più un’imprecazione che una supplica.
Le capita quando è stanca di parlare. Tanto stanca da conservare la forza per dire solo la verità e da avvertire come un pericolo imminente la sensazione di perdere quell’istintivo pudore che concede di nascondere, principalmente a sé stessi, la propria solitudine.
Salvami. Portami via. Portami a casa. Fammi addormentare. Parlami. Dammi da mangiare. Vino rosso da bere. La tua musica da ascoltare. E guardami. Fammi sentire che mi vedi, che esisto. Sono qui, seduta, ma mi sembra di non esserci veramente. Vienimi a cercare. Riportami qui. Oppure lontano, ancora più lontano.
Queste sono le parole che a volte a stento riesce a trattenere. Sono parole che fanno paura, anche a chi le pronuncia. Parole che teme le sfuggano, sciolte dall’alcool o liberate nel respiro, mentre fa l’amore.
Come ti chiami? Cosa fai? Dove vivi? Lei risponde, con scrupolosa precisione, quasi come se fossero quelle banali coordinate di sé a nascondere qualche indizio utile per ritrovarsi.
O per essere trovata.
Poi domanda a sua volta. Come? Dove? Cosa?
E ascolta, cercando gli occhi di chi le parla, interpretandone segretamente i gesti.
Prima o poi, basteranno uno sguardo, o una frase che le sfiorino il cuore in quel punto irraggiungibile, e senza accorgersene, tra una parola e l’altra, pur non dicendo -salvami- chiederà di essere salvata.
succede pure che
senza stare qui a spiegarne i motivi
ti ritrovi con una risposta in testa
o nel cuore
e non riesci a farti la domanda giusta.
così la risposta continua a sembrare sempre sbagliata.
o peggio a non sembrare nemmeno una risposta.
un'altra sigaretta.
un'altra piccola pausa.
nel posacenere troppe cicche e un torsolo di mela.
gli occhi di nuovo sul libro.
il collo.
fa un pò male.
muovo la testa a destra e a sinistra.
su e giù.
lentamente.
la scia di chiacchiere telefoniche.
sorrido.
mi distraggo.
scrivo.
cancello.
e scrivo di nuovo
fino ad ottenere la sintesi
di quello che mi porto dentro.
talmente onesta
che la tengo per me.
torno al libro.
leggo.
rileggo.
i vizi del provvedimento amministrativo.
però.
il silenzio assenso.
caspita.
quando studi diritto amministrativo
e ci trovi irritanti allusioni alla tua vita
è il momento di chiudere il libro
e mettere su un pò di musica.
scivolo sulla sedia
appoggio la schiena
allungo le gambe
e scelgo Maria Callas
alzo il volume.
mi spiace che canti solo per me.
la Callas se ne va.
senza salutare.
lasciandomi appesa all'ultima lunghissima nota.
con la pelle d'oca.
silenzio.
guardo il libro.
sospiro.
e faccio partire Rock 'n roll nigger
di Patti Smith.
ArDeCoRe
babsi_jones
cesare_pavese_poesie
europa_film_treasures
fRaNcO_aRmInIo
GENOVA_2001
il manifesto
il.primo.amore.
indymedia
internazionale
nazione indiana
okinerò
pearls_before_swine
pOsT_sEcReT
the_perry_bible_fellowship
_ani difranco_
_linus_
misiasays in la barbie ha vinto l...
utente anonimo in la barbie ha vinto l...
freesia in how high the moon
freesia in da quel momento...
misiasays in
freesia in si chiama pietro
freesia in cosa manca
misiasays in cosa manca
misiasays in ho visto cose che vo...
LaMetaOscura in ho visto cose che vo...
oggi
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